RAVENNA. Con la piadina è il piatto romagnolo per eccellenza. Un sacrilegio commettere errori nella ricetta, oppure – come nel caso in questione – servire un crescione senza ripieno. Peggio ancora se a farlo è il gestore di un chiosco al mare, affatto incline a ricevere critiche dai clienti. Ed è così che la rimostranza di un avventore si è conclusa martedì con la condanna del “piadinaro” a 8 mesi di reclusione (con pena sospesa) e una provvisionale di mille euro, in attesa di definire il risarcimento in sede civile. Sia chiaro, la qualità del crescione c’entra poco in questa storia: determinante è stata invece la reazione del titolare della piadineria di viale Petrarca a Lido Adriano, che il 27 agosto del 2017 ha reagito alla protesta del cliente colpendolo alla testa con il calcio di una pistola, mandandolo all’ospedale.
L’avventore, un 35enne ravennate tutelato dall’avvocato Francesco De Angelis, voleva uno spuntino da portare in spiaggia, dove lo attendeva la fidanzata. Aveva pagato ed era tornato sotto l’ombrellone. Ma al primo morso aveva scoperto che di ripieno in realtà non ce n’era. Così era tornato a protestare. Lo aveva fatto rivolgendosi all’uomo del chiosco, un 57enne residente nella località rivierasca che con la moglie gestiva l’attività. Ne era nato un alterco: il gestore si era difeso dicendo che i crescioni li avevano sempre fatti così e che nessuno si era mai lamentato, aggiungendo che oltretutto il cliente ne aveva ormai mangiato una parte.
Quest’ultimo aveva però replicato, innescando la reazione violenta. Il commerciante aveva estratto una pistola e dopo essere uscito dal chiosco lo aveva affrontato colpendolo con il calcio dell’arma alla testa, tramortendolo e continuando a infierire sotto gli occhi di tutti. Totale 10 giorni di prognosi, ai quali se n’erano aggiunti altri 30 per un trama cranico e un problema al tendine di una mano, sforzato nel tentativo di allontanare l’aggressore.
Le Volanti della polizia di Stato – inviate su chiamata di un passante – avevano poi perquisito l’immobile in cerca dell’arma, trovata nascosta nella buchetta delle lettere chiusa a chiave. Era una scacciacani caricata a salve, priva di tappo rosso. Altre due scatole con una novantina di cartucce compatibili erano state trovate a casa della coppia.
Finito a processo, il 57enne, tutelato dall’avvocato Francesca Miccoli, doveva rispondere di lesioni personali aggravate e porto abusivo di armi. Accuse che hanno portato alla condanna emessa dal giudice Cristiano Coiro.

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