Crisi mediorientale: in Italia si scade sempre nel tifo da stadio

“In caso di vittoria al voto mi impegno a mantenere la promessa di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata italiana” ha dichiarato Matteo Salvini nei giorni scorsi nel corso di un’intervista a un quotidiano israeliano portando per qualche ora il conflitto israelo-palestinese al centro del dibattito politico. In sostanza il leader della Lega ha abbracciato la posizione americana sconfessando quella dell’Ue che non riconosce Gerusalemme come capitale dello stato ebraico.

Nell’ipotetico piano di pace promosso da decenni dalla comunità internazionale che prevede la creazione di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano, Gerusalemme ricoprirebbe un ruolo chiave divenendo nel contempo capitale sia di Israele che della nuova entità palestinese  per quanto riguarda la parte orientale della città. Di fatto la posizione sostenuta da Salvini renderebbe ulteriormente impraticabile la soluzione dei due stati trasformando l’occupazione in annessione.

Purtroppo nel nostro Paese quando si discute di conflitto mediorientale si scade inevitabilmente nel tifo da stadio, nella preclusione religiosa, nella faziosità etnica. O di qua o di là, non ci sono mezze misure. Se critichi le politiche del governo israeliano di espansione degli insediamenti e il fanatismo dei coloni rischi di essere tacciato di anti-semitismo, accusa infamante usata, a volte, come una clava, da quelli che vogliono intimidire chi legittimamente disapprova le scelte delle autorità di Tel Aviv. Se, invece, le critiche vengono mosse nei confronti della parte palestinese per la deriva violenta di alcune frange e la corruzione dilagante si alzano gli scudi di coloro che giustificano comunque, in quanto vittime, le autorità di Cisgiordania e della striscia di Gaza.

Per evitare spiacevoli malintesi e coprirsi le spalle da attacchi pretestuosi, quindi, è sempre consigliato muoversi nel “campo minato” del conflitto mediorientale citando fatti e parole di soggetti inattaccabili per indipendenza e autorevolezza.

“L’Ue è profondamente preoccupata per le irruzioni negli uffici di sei Ong palestinesi e le misure conseguenti adottate, compresi arresti e interrogatori del personale, che fanno parte di una riduzione dello spazio della società civile nei territori occupati. Queste azioni sono inaccettabili”, ha dichiarato Josep Borrell, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione dopo l’intervento della polizia israeliana lo scorso 18 agosto contro sei associazioni designate dal governo di Tel Aviv, senza alcuna evidenza, come “organizzazioni terroristiche”.

“E’ fondamentale assicurarsi che la legislazione anti-terrorismo non pregiudichi il lavoro della società civile e i suoi contributi alla costruzione di società più giuste e pacifiche”, conclude Borrell.  Pochi giorni dopo è stato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani uscente Michelle Bachelet a lamentarsi della decisione di Israele di non rinnovare il visto agli osservatori dell’Onu che monitorano la situazione nei territori palestinesi. “Questo atto ci pone l’interrogativo su cosa esattamente le autorità israeliane stanno cercando di nascondere” ha dichiarato desolata.

Si intensificano, intanto, le relazioni fra lo stato ebraico e i Paesi arabi che hanno sottoscritto nel 2020 gli accordi di Abramo segnando un progresso rilevante su una possibile strada di pace in Medio Oriente. Questi accordi, nonostante l’opposizione di tanti movimenti che sostengono la causa palestinese, delle autorità di Ramallah e delle fazioni dell’estremismo islamico, rappresentano oggi un punto fermo nel contesto di rapporti storicamente turbolenti fra Israele e mondo arabo. “Chiedi a Israele: demolisci l’apartheid non le case dei palestinesi” è la frase emblematica della campagna lanciata da Amnesty International nel febbraio di quest’anno ignorata dai nostri media. “Che questo sia l’inizio della fine del sistema di apartheid di Israele contro la popolazione palestinese” è l’auspicio della più autorevole organizzazione mondiale che si occupa di diritti umani.

Sulla stessa lunghezza d’onda si esprimono anche altre associazioni come Human Rights Watch e la Federazione Internazionale per i Diritti Umani oltre che a B’Tselem, la più prestigiosa organizzazione israeliana in questo campo. Chissà se tutto questo è arrivato alle orecchie di Salvini. La tessera del tifoso non aiuta la causa della pace.       

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