Crisi Israele-Palestina: un focolaio che non si può ignorare

La guerra in Ucraina sta oscurando altri focolai di crisi sul punto di esplodere nonostante i segnali premonitori che dovrebbero indurre la diplomazia europea ad adottare opportune misure di prevenzione e a predisporre risposte adeguate. E' il caso, in particolare, del conflitto israelo-palestinese (vedi i fatti di giovedì) che nelle ultime settimane, nel silenzio imperturbabile dei nostri media, ha subito una svolta allarmante. Nei giorni scorsi gli ispettori di frontiera israeliani hanno confiscato al ministro degli esteri dell'Autorità Palestinese Ryad al-Maliki, mentre attraversava la frontiera fra Giordania e Cisgiordania, il lasciapassare speciale che, nell'ambito del suo mandato, gli consente il transito agevolato.

La confisca fa il paio con la decisione del ministro israeliano delle finanze di Israele, l'ultra-nazionalista Bezalel Smotrich, di sospendere il trasferimento delle imposte raccolte dal governo di Tel Aviv per conto dell'Autorità Palestinese all'Autorità stessa. Entrambi gli atti fanno parte delle misure di ritorsione adottate da Israele in risposta alla risoluzione approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che il 31 dicembre 2022 ha chiesto alla Corte di Giustizia Internazionale un parere consultivo sulle conseguenze legali dell'occupazione prolungata, degli insediamenti e dell'annessione del territorio palestinese occupato da Israele e dalle sue pratiche in questi territori. Sono stati 87 i Paesi che hanno votato a favore del testo che ha registrato 26 voti contrari, fra cui l'Italia, e 53 astensioni fra le quali la maggior parte dei membri dell'Ue.

Sono sei le principali domande sulle quali è chiamato a pronunciarsi il massimo organo giuridico dell'Onu. Vertono sul diritto dei Palestinesi all'autodeterminazione, sugli effetti dell'occupazione nel lungo termine, sull'alterazione della composizione demografica, sullo status della città di Gerusalemme. Anche se non sono vincolanti le sentenze della Corte di Giustizia hanno un valore morale rilevante che interessa la comunità internazionale, influenza l'opinione pubblica e fa giurisprudenza per quanto attiene al diritto internazionale. Nonostante la frenetica azione diplomatica il governo di Tel Aviv non è riuscito a disinnescare una situazione che fra un paio di anni, il tempo che occorre ai giudici dell'Aja per esaminare il dossier, potrebbe rivelarsi imbarazzante. Le autorità israeliane, quindi, non hanno trovato di meglio che prendersela con i Palestinesi avvertendo che con il ricorso alla Corte di Giustizia si comprometterebbe irreparabilmente il processo di pace. A parte il fatto che ormai da molti anni del processo di pace non c'è più traccia e che il nuovo governo di destra appena insediatosi non ha alcuna intenzione di resuscitarlo sorge spontanea una domanda. Ogniqualvolta si registra un atto di violenza o di terrorismo da parte palestinese è unanime e perentoria la condanna così come è legittima, nelle dovute proporzioni, la reazione delle autorità israeliane. No ad ogni forma di violenza è la ferma e decisa posizione della comunità internazionale. E' paradossale, però, che i Palestinesi vengano puniti anche quando difendono i propri diritti per via pacifica ovvero facendo ricorso agli organi del diritto internazionale. Che per il nuovo governo israeliano la colpa dei Palestinesi sia semplicemente quella di esistere? La risposta si trova nel principio-guida che sta alla base della coalizione di governo: "Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della Terra di Israele", dove per Terra di Israele si intende anche la Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania dove vivono più di due milioni di Palestinesi.

Se la separazione fra i due popoli in due stati contigui è tramontata così come l'integrazione dei due popoli in un unico stato, che non è mai stata presa in considerazione da Israele, qual è il destino della popolazione palestinese in caso di annessione: segregazione o espulsione? Qualcuno a Bruxelles è in grado di spiegare perché in base al diritto internazionale l'occupazione russa dell'Ucraina è cattiva mentre quella israeliana dei territori palestinesi merita un trattamento di riguardo? Non è così difficile capire la ragione perché i paesi arabi sulla guerra in Ucraina mantengono, purtroppo, un approccio neutro…… Occorre un briciolo di coraggio e un rigurgito di coerenza in Europa. Firmare l'appello internazionale contro le sanzioni israeliane all'Autorità Palestinese o, come lunedì scorso, invitare il primo ministro palestinese a partecipare alla riunione dei Ministri degli Esteri dell'Ue sono gesti importanti che, però, non bastano. Tutti sanno e temono che il conflitto possa riesplodere da un momento all'altro ma ancora una volta si preferisce voltarsi dall'altra parte.           

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