Covid-19, il luminare Parini: ecco perché la Svezia resta “aperta”

RIMINI. Venticinquemila vittime in tutto il mondo, più della metà in Europa, e un solo Paese moderno e industrializzato al mondo che in apparenza sembra non preoccuparsene più di tanto: la Svezia, culla del welfare e della socialdemocrazia. Le limitazioni sono minime.

Al Paese scandinavo, nel quale qualcuno sfotte gli italiani barricati in casa, Massimo Gramellini venerdì 27 marzo ha dedicato la sua rubrica sul Corriere della Sera. Dov’è l’errore? E che ne pensa il professor Paolo Parini, 55 anni, medico riminese residente in Svezia, direttore di dipartimento al prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma?

Stiamo sbagliando tutto? Oppure, al contrario, gli svedesi stanno commettendo un madornale errore di sottovalutazione?

«Le parole di irrisione non rispecchiano l’atteggiamento della società svedese, ma forse quello di qualche singolo ignorante. Con tutto l’amore, stima, e rispetto che si ha per l’Italia, il sentimento comune è di grande preoccupazione e dolore per l’attuale tragedia. Il virus sta insegnando che le frontiere non esistono, siamo tutti abitanti dello stesso pianeta e tutti abbiamo bisogno di imparare gli uni dagli altri. Quindi sarebbe bene evolvere la dialettica in modo da poter affrontare costruttivamente le complessità della realtà attuale e futura».

E i diversi approcci?

«Credo che bisognerebbe avere la palla di cristallo per sapere se siano validi o no. Riflettono diverse strategie e la diversità delle situazioni. La Svezia si trova in una fase iniziale dell’epidemia, e a ogni fase deve corrispondere un’azione appropriata dato che le risorse non sono illimitate.

Il grande problema è capire se la scelta che si prende sia giusta per quello specifico momento. L’Italia ha avuto lo svantaggio di essere stata la prima a essere colpita in Europa e ha agito nel modo che poteva agire, basandosi sulle conoscenze che si avevano quando iniziò l’epidemia. In Svezia stiamo monitorando continuamente gli sviluppi in Italia, come in altre parti del mondo, e i dati messi lodevolmente a disposizione in tempo reale, o con minimo ritardo, anche in lingua inglese. Io stesso sono in costante contatto con le dottoresse Federica Baldazzi e Livia Bernardi dell’ospedale Infermi di Rimini. Le informazioni vengono accolte con infinita gratitudine e condivise. L’Italia ha strutture, organizzazione e personale sanitario tra i migliori al mondo: il fatto che l’epidemia l’abbia colpita così duramente crea ancora più preoccupazione e desiderio di capire come gestire l’emergenza, non solo dal punto di vista medico-sanitario».

Però lì da voi i locali sono aperti, nelle aziende si lavora, la metropolitana circola.

«Non è vero che in Svezia non ci siano divieti: al momento sono parziali. Non c’è l’obbligo di stare in casa, ma limitazioni e inviti tendenti a diminuire i contatti diretti tra persone sono presenti. Un esempio? Le scuole superiori e l’università sono state chiuse, ma diversamente dall’Italia non quelle dell’infanzia e le primarie. La Svezia ha una struttura sociale diversa. Le persone anziane sono più isolate, vivono spesso da sole o in ospizi. Un vantaggio sotto certi punti di vista, ma anche uno svantaggio. Perché se da una parte c’è meno rischio che i figli e nipoti contaminino i nonni, dall’altro se si dovessero chiudere le scuole dell’infanzia e le primarie le ripercussioni sulla disponibilità di personale sanitario sarebbero maggiori che in Italia. Se l’epidemia progredisce, le regole si faranno più stringenti. Fino all’altro giorno non si potevano organizzare eventi con più di 500 persone. Ora se lo si fa per più di 50 persone si commette un reato. L’epidemia è talmente drammatica e complessa da gestire che nessuno ha l’arroganza e la presunzione di credere di aver ragione o di essere meglio di altri. Si è pronti a rivedere le decisioni se i fatti e i nuovi dati suggeriscono altro».

La sua parola conta: è un luminare internazionale. I suoi colleghi scandinavi le porranno delle domande sulla situazione italiana.

«Non sono né infettivologo né epidemiologo, ma avendo un ruolo all’interno del Karolinska Institutet e della Karolinska University Hospital sono coinvolto direttamente nell’emergenza che stiamo cercando di affrontare nel modo migliore possibile. Sull’Italia, come le dicevo si fanno analisi per capire meglio e imparare. Con grande rispetto e grande sofferenza. La comunità scientifica e clinica nel mondo è un’unica famiglia. L’esperienza che l’Italia sta dolorosamente facendo e la trasparenza delle istituzioni italiane stanno veramente aiutando tutti, e non solo la Svezia. La scorsa settimana facevo presente in una riunione alcune ottime iniziative prese a supporto psicologico del personale e che sono possibili richiedere attraverso la homepage dall’Ausl Romagna. I colleghi presenti, prendevano nota».

Quali precauzioni adotta personalmente per evitare problemi sia durante lo svolgimento della professione medica, sia come cittadino?

«Nella vita privata tutte le accortezze che ormai ogni Paese nel mondo adotta: oltre all’igiene personale il distanziamento sociale con l’esclusione dei contatti fisici non essenziali. Nella vita professionale seguiamo le indicazioni dei responsabili dell’ospedale che variano in funzione del ruolo e vengono aggiornate su base quotidiana. Ovviamente tutto viene discusso e non sempre tutti sono d’accordo».

È preoccupato per i numeri dei contagi a Rimini, la sua città d’origine e per i riminesi?

«Se intende per i contagiati che abitano nel riminese, conoscendo i miei colleghi di Rimini credo veramente non si possa essere in migliori mani. Non lo dico per tirare su il morale o creare sicurezza. Lo dico perché è una verità provata e “riprovata” da analisi internazionali. Se si riferisce ai i riminesi in Svezia, le posso dire che faremo del nostro meglio con le risorse a disposizione e gli aiuti che stiamo ricevendo: abbiamo già piani e processi definiti per le varie fasi successive dell’epidemia».

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