Covid, investire durante la crisi e nuove procedure per i commerci

Chi è riuscito a conquistare il mondo dal cuore della Valconca non si ferma davanti a niente. Neanche alla peggior pandemia dal Dopoguerra a oggi o alla rivoluzione economica nata dalla crasi fra Great Britain ed Exit. La “famigerata” Brexit. È il caso del Gruppo Celli, nato a San Giovanni in Marignano nel 1974 e passato da azienda di famiglia a multinazionale 2.0 sotto la spinta dell’ingresso del primo fondo di Private Equity indipendente Consilium Sgr e della nomina a Ceo di Mauro Gallavotti avvenuti nel 2013. «Ho sempre lavorato nel Food & Beverage, sono stato manager in questo settore per 30 dei miei quasi 55 anni e fra le tante esperienze la principale è stata in Nestlè. Quando sono arrivato ho trovato un’eccellenza italiana già a forte vocazione internazionale, ma c’è bella differenza fra azienda che esporta e multinazionale e il vero salto di qualità è stato dato dall’apertura di diverse filiali all’estero. Renderla una vera multinazionale con sede in Italia» si presenta.

Quale è la fotografia dell’azienda oggi?

«Il nostro gruppo conta quasi 600 dipendenti in 6 stabilimenti produttivi situati in Italia e nel Regno Unito ed esporta i propri prodotti in oltre 100 paesi nel mondo. Il Gruppo ha raggiunto nel 2019 un fatturato pro-forma di circa 130 milioni di euro (nel 2013 i dipendenti erano 100 e il fatturato 30 milioni), ottenuto grazie a una forte crescita, sia organica, sia tramite acquisizioni in Italia e in Inghilterra che ci rende uno dei primi 3 leader globale nel settore degli impianti e accessori per la spillatura di bevande al mondo».

Quali sono i vostri principali mercati?

«Il 30% delle nostre vendite è in Italia, il 25% nel Regno Unito, il 25% nel resto dell’Europa e il 20% in altri continenti: siamo ad esempio leader in Paesi emergenti come Asia e America Latina».

Questa ascesa continua quanto è stata messa alla prova dalla pandemia da Covid e dalla Brexit, considerando appunto quanto il Regno Unito sia uno dei vostri mercati principali?

«Quest’ultima possiamo per fortuna classificarla come una complicazione di tipo operativo: le procedure per esportare e importare sono infatti diventate più problematiche, ma non impattano in un gruppo abituato a lavorare in 100 Paesi del mondo e strutturato per gestire Dogane, procedure e autorizzazioni. Abbiamo customer service molto attrezzati e abbiamo semplicemente aggiunto un po’ di nuove procedure ai rapporti commerciali con l’Inghilterra, territorio di alcuni dei nostri siti produttivi principali: lì si produce però perlopiù per il mercato locale e quindi la Brexit non ha inciso tanto sulle vendite non dovendo fare esportazione».

Tutt’altro impatto avrà avuto invece anche per voi il Covid

«La gestione di questa fase della pandemia è una sfida importante da molti punti di vista, in primis da quello interno, aziendale, visto che un anno fa era tutto sconosciuto e arrivavano provvedimenti dalla sera alla mattina. Già dalla prima settimana, prima dei Dpcm e dell’accordo Confindustria-Sindacati, avevamo già messo tutti i dipendenti in smart working di nostra iniziativa, distanziato i dipendenti in produzione e dotato di mascherine, gel e sanificanti quelli rimasti al lavoro (così come stiamo facendo ora in questa terza ondata). Avevamo infatti da preservare un portafoglio ordini cospicuo con importanti aziende internazionali del beverage e l’unico vero periodo difficile è stato quello, i primi due mesi, quando con il discorso dei codici Ateco non si riusciva a produrre per l’estero. Tutto in un panorama con aspetti molto negativi e qualcuno positivo: le persone hanno ad esempio sempre dimostrato che consumare all’esterno è prioritario e appena c’è stata possibilità si sono precipitate nei locali, purtroppo le chiusure e le limitazioni dell’attività di bar e ristoranti ci hanno messo a dura prova e abbiamo allora approfittato di questo per mosse che hanno rinforzato la nostra attività».

Diciamo che siete andati controcorrente, scegliendo di investire invece che di risparmiare.

«Abbiamo deciso di non fermarci e a maggio 2020, nel pieno della pandemia, abbiamo annunciato l’apertura di tre nuove filiali in Germania, Usa e Brasile, inaugurando a giugno la sede tedesca di Krefeld. A novembre dello stesso anno, invece, abbiamo invece finalizzato l’acquisizione di T&J Installation, leader in Inghilterra nei servizi di assistenza tecnica per impianti di spillatura di bevande. Contemporaneamente abbiamo attivato nuovi progetti con clienti internazionali, fatto assunzioni e appunto acquisizioni con cui abbiamo compensato il calo dei fatturati: quando ripartiremo conteremo su una base di business molto allargata».

In questo percorso si inserisce l’ingresso nel mondo dei cocktail grazie a un accordo stipulato a gennaio con la milanese Cocktail Machine. Di cosa si tratta?

«La nostra vision è ritenere che non è più sostenibile un modello di consumo basato su miliardi di bottiglie che girano nel mondo fino a raggiungere il consumatore finale: un problema può essere risolto grazie agli impianti di dispensing che sfruttano acqua di rete, sciroppi per soft drink o anche birra. È provato che sono fino a 300 volte più sostenibili delle bottiglie. Vogliamo offrire questa opportunità per ogni categoria di prodotto e bevanda, non ne avevamo per i cocktail e abbiamo incontrato questa start-up tecnologica focalizzata sulla preparazione ed erogazione digitale di cocktail con pochi preparati (ne fa fino a 80 diversi), sia alcolici che analcolici. Da tempo abbiamo inoltre sviluppato in house la più avanzata piattaforma IoT per impianti di erogazione bevande, che permette di monitorare da remoto e in tempo reale l’andamento di tutti gli impianti di spillatura in modo da poter gestire consumi e funzionamento».

Previsioni su questo 2021 tanto atteso per il ritorno alla normalità, ma che al momento sembra ricalcare in toto il 2020?

«Io sono molto ottimista, è questione di tempo e pazienza: arriverà l’estate e la situazione migliorerà, ora ci sono i vaccini che arriveranno a tutti e saranno anche adattati alle mutazioni. Andremo quindi incontro a situazioni in cui il Covid diventerà endemic, ma con impatti meno devastanti: non ce ne libereremo di colpo, ma confido che la seconda metà dell’anno sia già quella del ritorno alla normalità».

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