Quattro regioni a zona rossa, l’aumento dei contagi e lo spettro del lockdown che assume connotati sempre più concreti. E con la paura del contagio, per molte donne, cresce anche il timore di trovarsi strette, di nuovo, tra le mura di casa insieme a un marito, un compagno, che a volte è un aguzzino.

«Ho paura, perché con un nuovo lockdown ci saranno donne che si troveranno a vivere situazioni di violenza, in un escalation di aggressività alimentata proprio dalla segregazione e dalla convivenza forzata, come abbiamo già visto in primavera».

L’avvocata matrimonialista riminese Chiara Baiocchi, in vista di restrizioni alla libertà personale sempre più stringenti, dà voce ai suoi timori. Timori alimentati non solo dall’esperienza in campo professionale, ma anche da quella di membro dell’associazione nazionale “Movimento contro ogni violenza sulle donne”, nata come semplice gruppo Facebook lo scorso gennaio, e poi trasformata in persona giuridica ad aprile, «dopo che, durante il primo mese del lockdown, – spiega l’avvocata Baiocchi – le mille donne che erano iscritte inizialmente sono diventate 8mila».

Di fronte al prevedibile aumento degli atti di violenza entro le mura domestiche, però, l’avvocata riminese ci tiene a lanciare un messaggio di speranza: «Noi ci siamo – dice rivolta alle donne in difficoltà – fermare la violenza è possibile, anche se si è bloccate in casa. Ma bisogna chiedere aiuto, prima che sia troppo tardi».

Avvocata Baiocchi, anche da Rimini sono arrivate richieste d’aiuto al gruppo Facebook?

«Sì anche a Rimini purtroppo. Proprio nella nostra città si trova la vicepresidente dell’associazione, Alessia Lea Di Rago, che come tutte noi opera da volontaria all’interno di questa realtà che è cresciuta così in fretta proprio a causa del lockdown. La “segregazione” in casa di vittima e aguzzino ha acuito l’aggressività e reso più numerosi gli episodi di violenza. E alcuni di questi, tra cui anche uno dei fatti di cronaca più brutali accaduto nell’ultimo periodo, l’abbiamo vissuto da vicino. La tragedia si è consumata in autunno, ma le violenze andavano avanti da molti mesi. E di violenze, e lo voglio sottolineare, non c’è solo quella fisica. Anche quella economica e psicologica ha una forza distruttiva potentissima».

Un esempio di violenza psicologica?

«Una delle volontarie che lavorava come commessa in un centro di telefonia aveva come cliente una donna vittima di violenza. E ancora prima di conoscere la situazione precisa, lo aveva capito dai comportamenti che il marito, che l’accompagnava sempre, le riservava. Innanzitutto la moglie non aveva soldi suoi, e doveva chiedere il permesso al marito per acquistare qualunque cosa. Anche le ricariche per parlare con i figli che si trovavano in un altro Stato. Se il telefono non funzionava, perché era vecchio e il marito non glielo comprava nuovo, doveva insistere perché il marito le concedesse di farlo riparare. Non era autonoma in niente».

Chiedere aiuto funziona, permette davvero di uscire dalla violenza?

«Sì, in alcuni casi sì, anche se ogni storia è a se stante. E’ importante sapere chiedere aiuto, ma anche che ci siano interlocutori in grado di cogliere i segnali, i messaggi, e la gravità della situazione in cui le donne versano. Ci vorrebbero delle parole chiavi universali, che rivolte a certe categorie di persone, le forze dell’ordine, ma anche i dottori e i farmacisti, permettessero di far scattare l’allarme. In ogni caso, noi come associazione ci siamo, anche in caso di lockdown. Però bisogna chiedere aiuto in tempo, non aspettare che sia troppo tardi».

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