MELDOLA. «Mettiamola così: se la partita è iniziata, l’idrossiclorochina almeno impedisce che parta il secondo tempo». Il professor Giovanni Martinelli, direttore scientifico dell’Irst di Meldola, vuole dare un calcio alla pandemia. E nell’istituto romagnolo ci si prova puntando come sempre sulla ricerca. «In fondo – spiega Oriana Nanni, direttrice dell’Unità di biostatistica e sperimentazione – la metodologia della ricerca è standard per qualsiasi disciplina medica». Dalla lotta al cancro a quella al virus.


La ricerca
Il progetto, approvato dal comitato tecnico scientifico dell’Aifa e che vede in campo anche altre regioni (Piemonte, Veneto e Valle d’Aosta), si chiama Protect. È uno studio nazionale di sanità pubblica che sfrutta un farmaco registrato per l’artrite reumatoide in uso da decenni. Vale come sempre il principio della randomizzazione. In questo caso il rapporto è di due a uno: due nuclei familiari assumeranno il farmaco e uno no. Coinvolte complessivamente 2.300 persone. Trecento hanno già contratto il virus e sono asintomatici, in isolamento domiciliare. Gli altri duemila sono i cosiddetti “contatti”, in sostanza chi vive assieme a loro. «Per questi ultimi la scommessa è questa – spiega Mattia Altini, direttore sanitario dell’Irst -: la profilassi con l’idrossiclorochina o non li fa ammalare oppure, se dovesse accadere, l’impatto della malattia è più lieve. Se funzionasse potremmo avere una soluzione quantomeno discreta in attesa di un vaccino».
Sulle persone alle quali il farmaco non viene somministrato il monitoraggio sarà altrettanto stretto.
«Il positivo asintomatico che non riceve l’idrossiclorochina nell’ipotesi potrebbe avere una progressione più rapida della malattia – ragiona Martinelli -. In questo caso, all’insorgere dei primi sintomi, dalla febbre alla tosse, viene immediatamente escluso dalla randomizzazione e a lui e a tutto il suo nucleo familiare viene somministrata la medicina».
Lo studio è partito lunedì scorso. «I malati di Covid assumono due compresse al giorno per cinque o sette giorni – spiega Oriana Nanni -. I contatti invece due compresse una volta alla settimana. I primi riscontri si potrebbero avere già dopo un mese di somministrazione. Un risultato concreto invece lo si osserverà dopo tre o quattro mesi dall’inizio dello studio».
Se l’esito fosse positivo sarebbe un grande risultato anche sul fronte economico. «L’impatto è basso – conferma il direttore scientifico dell’Irst, Martinelli -. Una scatola costa appena 6 euro».

Come funziona
«La comunità scientifica – continua Martinelli – ha identificato il contenuto genico del virus». Ecco una spiegazione alla portata di tutti: «Il virus codifica 26 proteine. In sostanza fa 26 cose che interagiscono con altri 350 aspetti dell’organismo e da questa interazione nasce la malattia. L’idrossiclorochina va a interferire solo con una parte delle funzioni e il virus può quindi continuare a replicarsi anche in presenza del farmaco. Quel che è stato per ora dimostrato è che l’idrossiclorochina sfavorisce il reingresso del virus da una cellula all’altra. Per questo dico che se la partita è iniziata, quantomeno impedisce che parta il secondo tempo… Secondo logica, comunque, il farmaco dovrebbe funzionare di più se viene assunto prima e non dopo che il virus è già entrato nell’organismo».

L’impegno
Già, dal cancro al virus. Perché? «Ci siamo sentiti sollecitati, in ambito nazionale, a metterci in campo su qualcosa che conosciamo benissimo – commenta Altini -: come funziona la ricerca scientifica, come si amministra, come si costruiscono le ipotesi. Speriamo in un buon risultato in attesa del vaccino. Quando arriverà non lo sappiamo. Se la partita si gioca bene speriamo a marzo del prossimo anno».

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