Cos’è il “Fuoco di Sant’Antonio”, quando anche una carezza fa male

Collo, spalle, dorso, zona toracica: sono queste le parti del corpo maggiormente colpite dall’Herpes Zoster, volgarmente conosciuto come Fuoco di Sant’Antonio, una condizione dolorosa e molto fastidiosa. «Si tratta di un’infezione causata dalla riattivazione del virus Varicella-Zoster – spiega il dottor Massimo Innamorato, Direttore dell’Unità Operativa di Terapia Antalgica dell’Ausl Romagna – che rimane latente in chi ha contratto la varicella per riattivarsi successivamente. Il virus non viene mai del tutto eliminato e dopo la guarigione rimane dormiente nei gangli dei nervi sensitivi, per anni o anche per tutta la vita. È tenuto sotto controllo dal sistema immunitario, ma in alcune persone, circa una su dieci, può ‘risvegliarsi’ causando la patologia».

La manifestazione del Fuoco di Sant’Antonio non passa inosservata. «I sintomi cominciano con un dolore intenso, persistente, oppure di breve durata, simile a scosse elettriche – spiega Innamorato – ed è seguito dopo 2-3 giorni da un’eruzione vescicolare su base eritematosa che è in genere ciò che diagnostica la malattia. Le lesioni continuano a formarsi, di norma, per altri 3-5 giorni. Queste alterazioni interessano la zona della cute innervata da un singolo nervo sensitivo (chiamato dermatomero) e una sola parte del corpo. Generalmente scompaiono dopo poche settimane».

Il dolore può provocare una sensazione di bruciore. «Può essere causato dall’amplificazione patologica delle risposte a stimoli innocui, come una leggera pressione sulla parte interessata o uno sfregamento della cute. Si possono manifestare anche formicolii, prurito e intorpidimento».

Il dolore può rimanere nonostante la manifestazione cutanea si sia risolta.

«Questa condizione colpisce soprattutto le persone oltre i 60 anni e può essere molto debilitante. Le recidive sono poco frequenti, riguardano solo il 4% dei pazienti, ma molti soggetti, in particolare gli anziani, hanno dolori persistenti o ricorrenti nella zona coinvolta. In questo caso si parla di ‘Nevralgia post erpetica’ (NPE), una condizione che può prolungarsi per mesi o anni. Il dolore può rendere difficoltosa anche la routine quotidiana come lavarsi, vestirsi e ogni genere di contatto con la parte interessata. A seconda della durata e dell’intensità del dolore, le persone possono sviluppare altri sintomi comuni alle condizioni di dolore cronico, come depressione, stanchezza, insonnia, mancanza di appetito, difficoltà di concentrazione».

Per quanto riguarda le cause, «si ritiene che la riattivazione del virus Varicella-Zoster sia dovuta a un calo delle difese immunitarie, in concomitanza con terapie farmacologiche di immunosoppressione, malattie che colpiscono il sistema immunitario o forti stati di stress».

Non esistendo una cura specifica, il trattamento si basa sul controllo dei sintomi.

«La somministrazione di antivirali riduce la gravità e la durata dell’eruzione acuta e l’incidenza della nevralgia posterpetica. Il trattamento deve essere iniziato il più precocemente possibile e protratto per 7-10 giorni. Risulta meno efficace se viene iniziato dopo 72 ore dalla comparsa delle lesioni cutanee».

La gestione della nevralgia post-erpetica può essere particolarmente difficoltosa. «I trattamenti comprendono anticonvulsivanti (gabapentinoidi), antidepressivi triciclici, unguenti a base di capsaicina o lidocaina per via topica e iniezioni di tossina botulinica. Alcuni studi suggeriscono l’utilità di farmaci antidepressivi e farmaci antiepilettici, mentre l’efficacia di analgesici oppioidi non è stata completamente accertata. La nevralgia post-erpetica non comporta di per sé rischi diretti per la vita, ma le complicazioni possono essere molto invalidanti».

La gestione del paziente con dolore correlato alla nevralgia post erpetica implica il monitoraggio del dolore attraverso la misurazione delle sue diverse componenti (scala di valutazione del dolore, impatto sulla qualità di vita, tollerabilità). Qualora il paziente lamenti dolore dopo la guarigione delle lesioni e il medico di medicina generale abbia il sospetto di un dolore neuropatico, rilevando un deficit del sistema somatosensoriale, oltre a una sintomatologia compatibile (parestesie, bruciore, puntura di spilli), il percorso clinico va condiviso con il Centro di terapia del dolore. L’impiego di un approccio multimodale e la condivisione della terapia impostata sono di fondamentale importanza per una gestione corretta.

Presso i nostri ambulatori della Terapia del dolore dell’Ospedale Santa Maria delle Croci afferiscono ogni anno circa 60 pazienti con NPE, per la stragrande maggioranza over 60 e spesso diabetici. È importante ricordare che il virus colpisce aree già compromesse, ragion per cui nel paziente non ci limitiamo al trattamento del dolore, ma cerchiamo la coesistenza di altre patologie. La NPE è difficile da trattare, sia perché, come riportato in letteratura, dopo circa 40 giorni tutte le terapie prescritte vengono abbandonate, sia per le implicazioni di eventuali errori nel dosaggio o nell’associazione dei farmaci. I maggiori risultati si ottengono con l’applicazione di cerotti di capsaicina (peperoncino) in regime di DH ospedaliero. In caso di fallimento al paziente viene proposto un ‘impianto di stimolazione gangliare’, terapia innovativa, mininvasiva, consigliata dalle linee guida nazionali e internazionali. Si effettua in sala operatoria e consiste nel posizionamento di un minicatetere nel ganglio interessato e di una piccola batteria che lo alimenta sottocute. È in grado di abolire la sintomatologia nel 90% dei casi restituendo una buona qualità di vita al paziente.

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