Coronavirus Ravenna, già 5mila le richieste di cassa integrazione

RAVENNA. Il quadro è ancora in via di definizione, e probabilmente nei prossimi giorni i numeri cresceranno in maniera importante. Ma nel giorno in cui viene promulgato il decreto Italia Sicura e a dieci giorni dalla definizione della cassa integrazione in deroga per andare incontro all’emergenza Covid-19, sono già 5mila i lavoratori per cui sono stati chiesti gli ammortizzatori sociali in provincia di Ravenna. «Parliamo di numeri approssimati per difetto – precisa il segretario generale della Uil di Ravenna, Carlo Sama -. Molte richieste verranno effettuate di qui in avanti anche perché non poche aziende attendevano di conoscere i dettagli del decreto». Ad aver già evidenziato la propria necessità di una copertura da parte del pubblico della liquidità necessaria agli stipendi sono stati ovviamente i primi settori colpiti dal blocco: «Il mondo delle cooperative sociali per il settore della scuola, oltre alle imprese di trasporto, quelle che si occupavano delle mense e gli istituti privati hanno fatto richieste per complessive 900 persone circa», spiega Sama. Un altro comparto che ha segnalato una sofferenza importante è quello edile, che ha più o meno la stessa richiesta di ammortizzatori sociali: «I cantieri sono aperti ma molti lavori saltano – prosegue il segretario provinciale della Uil -. E così la sola Atl di Faenza ha messo più di 400 persone in cassa integrazione. E anche altre aziende hanno fatto lo stesso».

E se al momento sono fra le 60 e le 70 le aziende fra parrucchieri, barbieri ed estetisti, con non meno di 150 persone coinvolte, una quota importante la gioca anche il settore dell’ospitalità e della cultura, con anche i teatri, RavennAntica e Ravenna Festival costretti a ricorrere alla cassa integrazione. Anche il comparto delle lavanderie, collegato a quello degli hotel e del ristorativo, sta pagando dazio: «Le sole Lavanderie Castagnetti hanno messo in cassa 50 dipendenti: sono una realtà industriale. Ma ci sono richieste anche da quelle comuni». E mentre nel metalmeccanico e tessile l’esigenza è solo accennata, Sama approfondisce il ragionamento dando elementi di contesto: «La mensilità di febbraio in molti casi, soprattutto per le piccole aziende, è stata completata anticipando ferie maturate negli scorsi mesi, ma per gli stipendi marzo la prospettiva è differente – evidenzia il dirigente Uil -. Le aziende spiegano che fanno fatica a pagare gli stipendi perché manca la liquidità di cassa, ma solo per le ditte che possono accedere alla cassa in deroga, pur estesa dal decreto, il pagamento è in capo all’Inps. E perché l’ente di previdenza sociale liquidi i salari servono almeno due mesi. Per questo sarebbe importante un accordo con le banche, lo stesso che stringemmo nella crisi del 2008, e stiamo cercando di riattivarlo in questa provincia, per anticipare gli stipendi». Una crisi che appare diversa dall’ultima vissuta: «Fu di natura finanziaria, ma non impediva alle aziende di lavorare al massimo della loro potenzialità – conclude Sama -. Qui abbiamo molte imprese ferme, altre vedranno comprensibilmente ridotto a breve l’organico per richieste di congedi parentali e permessi implementati per la legge 104, a tutela di parenti disabili. Anche questo aspetto andrà considerato nelle politiche che in futuro verranno intraprese».

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