Coronavirus Ravenna, 29enne dichiarata guarita è di nuovo positiva

RAVENNA. Ricoverata per coronavirus per due volte. Poi le dimissioni con un doppio tampone negativo. Sembra la fine del tunnel, ma 15 giorni dopo ecco la doccia fredda: il nuovo tampone è ancora positivo. Una mail – quella arrivata mercoledì sera a una ravennate di 29 anni – che sembra essere non solo una mazzata a livello personale, ma una notizia che dal punto di vista sanitario torna a rimettere in ballo quelle poche certezze presenti attorno a questo maledetto virus.

L’inizio dell’incubo
Alessia (nome di fantasia) accetta al telefono di raccontarla questa storia. Lo fa con grande senso civico. «È giusto che si sappia» ripete due volte. Chiede solo l’anonimato, «ma l’età la metta pure – dice – perché ho sempre letto che i giovani questa malattia la prendevano in maniera leggera, ma non è così. Si fidi».
Tutto comincia ai primi di marzo, quando il compagno di Alessia viene a contatto con un amico che frequenta una palestra di Ravenna, la stessa che risulterà essere uno dei primi focolai locali. Pochi giorni dopo si ammala. «Anche per lui non è facile – racconta Alessia – passa dieci giorni in casa con la febbre altissima. Poi lo ricoverano. Per fortuna dopo tre giorni in ospedale migliora sensibilmente e poco dopo torna a casa».
Per Alessia invece sembra profilarsi un quadro migliore, ma purtroppo non è così: «All’inizio ho solo febbriciattola, massimo 37,5. Immagino subito di avere il covid, ma non mi preoccupo». Ma poi, tutto cambia: «Cominciano a farmi male i polmoni e la febbre si alza. Una sera, era il 19 marzo, chiamo il 118 e mi visitano a casa e un medico molto scrupoloso mi dice: “I parametri vanno bene, la saturazione è a 100, ma è meglio fare una tac”. Mi mandano in ospedale. Passo 10 ore su una barella. La notte stessa arriva il verdetto del tampone: positiva. Mi ricoverano subito e capisco che non sarà facile: per giorni condivido una stanza con donne che stanno molto peggio di me, tra cui una 82enne che respira solo con l’ossigeno attaccato. Non è facile; ti trovi senza persone care al tuo fianco, sei sola e hai solo un citofono per comunicare con il mondo. Vedi solo medici bardati che fanno di tutto per salvare vite umane e infermieri commoventi che, con tre paia di guanti uno sopra l’altro, provavano a trovare una vena per farti un prelievo. Ma per fortuna comincio a stare meglio e così vengo dimessa. Tutto finito? No – ride amaro Alessia – il peggio deve venire. Qualche giorno dopo i polmoni fanno ancora più male. So che le polmoniti lasciano come delle cicatrici, io non mi preoccupo, ma i medici al telefono la pensano diversamente: “Mi spiace, deve tornare in ospedale”. È una botta tremenda. Ma i giorni, seppur lenti, passano e finalmente comincio a stare molto bene. Niente febbre, poca tosse. Il 4 e il 6 aprile mi fanno due tamponi. Sono entrambi negativi. Non mi sembra vero. Mi danno una terapia di Eparina da seguire a casa ed esco di nuovo».

La mazzata
Ma il ritorno alla normalità è solo un’illusione. «Quando mi dimettono come detto ho ancora dei piccoli sintomi, ma per puro scrupolo dall’Igiene pubblica mi dicono di evitare di uscire ancora per qualche giorno. Dico la verità: mi era sembrato un eccesso di zelo. Ma comunque mi adeguo e scopro che avevano ragione. Martedì, infatti, dopo 15 giorni mi rifanno il terzo tampone. Mercoledì sera mi arriva la notizia: sono ancora positiva. Cosa è successo? Non lo so. I medici mi hanno detto che potrebbe essere che il virus non sia completamente uscito dalla vie aeree superiori. Ma è chiaro che a questo punto il mio caso apre nuovi interrogativi e non solo per me. Soprattutto ora che si parla di ripartire. Un nuovo tampone? Non so, tra una settimana vedremo. Io al momento resto a casa e per farmi coraggio penso a quello che ho passato e a quello che ho visto lì dentro. Penso anche a quella signora. A un’infermiera un giorno ho chiesto anche di lei. Mi ha detto che ora sta un po’ meglio. Io non so neanche che nome abbia, ma spero tanto che ce la faccia».

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