Una foto durante la festa di nozze in Argentina

CESENA. «Dopo 53 giorni, all’aeroporto di Fiumicino ho potuto assaporare il primo caffè espresso e decente».
Suona come un lieto fine l’ultima frase di Matiz Mazzoni, 38 anni residente a Pioppa, programmatore della Onit Group.
Ma ancora la storia deve concludersi. Lui è riuscito a tornare dall’Argentina dove si trovava allo scoccare dell’emergenza pandemica. Ma il suo migliore amico, lo sposo di S. Egidio Alessandro Bagnolini, sua moglie Agostina (di origini argentine), i due figli ed i due “nonni” cesenati (i genitori di Alessandro), sono ancora bloccati oltre oceano. Per una storia della quale, alla fine, già ora si potrebbe scrivere un thriller mozzafiato.
In Argentina
«Dovevamo partire tutti assieme per il Sud America il 3 marzo, ed il matrimonio era previsto il 14. A fine febbraio c’erano stati casi di disagi nei voli ed italiani fatti rientrare d’imperio dalle vacanze. Così i genitori e gli sposi sono partiti un po’ prima. Io nei programmi avrei dovuto restare in Argentina non più di un paio di settimane».
Non sarà così anzi… «Una volta arrivati, dall’8 marzo le autorità argentine hanno detto di iniziare a monitorare il proprio stato di salute. Dal 1° marzo c’era la quarantena solo suggerita per chi arrivava dall’estero. Ed il 12 marzo mi è stato comunicato che la parte europea del volo di ritorno (tratta d’andata Roma Madrid, Asunción, Córdoba) era stata annullata».
Matrimonio “a rischio”
Il 13 marzo le autorità segnalano i primi casi di coronavirus nella provincia di Córdoba. Dove di lì a poche ore doveva esserci il matrimonio e dove Matiz Mazzoni ed gli altri cesenati stanno vivendo in case vacanza messe a disposizione dai genitori della sposa. «Le autorità argentine hanno chiuso per 30 giorni i collegamenti aerei, imponendo una quarantena di 14 giorni a chi nel frattempo era arrivato dall’estero. Io dunque dovevo stare in monitoraggio sanitario fino al 18». Per chi sgarra, 1.500 euro di multa e carcere… «La testa in quel momento però era ancora alle nozze. Come un macigno arriva il divieto di assembramenti superiori alle 200 persone. Ed il giorno prima delle zone il comune toglie tutte le licenze alle sale per i matrimoni. La mattina delle nozze viene trovata una sala d’emergenza. Ed in 10 ore si organizza la festa con i parenti per quello che si può fare. Finiti i festeggiamenti inizia la progettazione per cercare di tornare in Italia».
È il 16 marzo: «Il consolato parte scrivendo agli italiani che devono rimpatriare. Io provo ad interessarmi. Non gli sposi che avevano comunque programmato di stare un po’ di più. Mi hanno fatto spostare i biglietti aerei di ritorno… al 21 aprile: data che in quel momento mi sembra assurdamente lontana. Nuovo itinerario: passando da Madrid, Amsterdam fino a Bologna. Il consolato da Buenos Aires il 18 marzo chiede agli italiani che devono rientrare i propri dati. Ed anche i genitori di Alessandro vengono coinvolti».

Alessandro Bagnolini e Matiz Mazzoni


Tutto chiuso
È il 19 marzo quando l’Argentina va in lockdown. «Proprio quando, finita la quarantena, avrei potuto girare il Paese come un turista. Il consolato fa sapere che la “Neos Air” sta programmando charter da Buenos Aires verso Malpensa per il 21 marzo. Biglietti da appena 65 euro. Però… Da una parte sapevano che saremmo finiti in zona rossa a Milano senza prospettive di rientro a casa. Poi i genitori del neo sposo avevano la vettura a Roma-Fiumicino. E nemmeno in treno avevamo certezze di poter tornare a Cesena dalla Lombardia. Così ci siamo accordati per aspettare spettare voli su Roma., mentre sia pur con qualche giorno di ritardo quei charter (diventati 3) hanno riportato in Italia quasi 600 persone».
L’avventura prosegue: «Il 30 marzo il consolato ha iniziato a scrivere che stava organizzando pullman che dalla nostra zona, in circa 8 ore di viaggio, ci avrebbero portato nella capitale. Per essere vicini e pronti qualora venissero organizzati dei voli per l’Italia».
Non si vede la fine
«Intanto il lockdown dell’Argentina viene prorogato al 12 aprile. Il pullman c’è il 2 aprile ma essendo i voli teoricamente ancora solo su Malpensa noi continuiamo a non essere interessati. D’altronde eravamo in casa senza pagare alloggio, in una zona senza contagi e dove c’era anche linea per lavorare in smart working. Andare a Buenos Aires senza certezze era un azzardo. Anche perché il 1° aprile mi era arrivata anche comunicazione che anche il mio nuovo volo Amsterdam Bologna di ritorno era annullato».
È il 6 aprile quando la Tv argentina inizia ad ipotizzare un volo di rimpatrio dall’Italia all’Argentina per l’8 aprile, poi si sparge la voce che il 9 potesse esserci qualcosa sulla tratta contraria. «Per me l’unica certezza è che mi avevano già cancellato tutti i voli di ritorno per la seconda volta, ed indietro avrei dovuto accettare solo dei voucher. Nel frattempo avevo anche chiesto una settimana di stop non retribuito dal lavoro. Perché col nuovo fuso e l’ora legale per me lavorare online con l’Italia significava iniziare alla 4 della mattina e finire alle 13. Non semplicissimo dunque».
Passa il tempo. La Tv dice che il lockdown è prorogato in Argentina almeno fino al 26 aprile.
«E le frontiere sono chiuse ancora fino a data da destinarsi. In albergo a Buenos Aires c’erano ancora italiani di quelli che avevano accettato di trasferirsi là in bus. Hanno incontrato fisicamente il console che gli ha sconsigliato di tentare triangolazioni con voli in Brasile dove la situazione sanitaria è pessima. Ci sarebbe un volo pronto dall’Italia per il 15 aprile. Ma il commissario straordinario di Alitalia è irreperibile e non firma le carte necessarie. Qualcuno riesce a prendere contatti col consolato della Svizzera, che organizza voli per Zurigo al costo di 1.000 euro l’uno. Gli italiani che accettano poi devono trovare il modo di arrivare di lì all’Italia».
Proprio quando il 20 aprile, Matiz Mazzoni ricomincia a lavorare online, rassegnato all’idea di non sapere più come e quando tornare, arriva una notizia che sarà decisiva. «Il consolato si dice in grado di farci partire con Alitalia il 23 aprile da Buenos Aires. Dice allo sposo ed alla sua famiglia (che oltre ai genitori comprende anche figli di 4 anni e 10 mesi, ndr) che riceveranno il biglietto per il volo Alitalia, compagnia con la quale viaggiavano fin dall’inizio. Loro sono in sette, ma nella lista manco io, che dall’inizio avevo altre compagnie aeree. Mi sono collegato sul sito di Alitalia incrociando le dita. Con il distanziamento (4 posti ogni 10 in aereo erano vendibili) avevo calcolato che potessero esserci non più di 140 biglietti ancora a disposizione. Ho scritto disperatamente al consolato sperando che intercedessero per me. Poi, per la modica cifra di 1.881 euro, sono riuscito a comprare il volo».
La mattina dopo il consolato ha chiesto i nomi da mettere sui lasciapassare per Buenos Aires. «Siccome i biglietti di Alitalia per gli altri non arrivavano ho dato solo il mio nome. E con altri 7.500 pesos (100 euro) ho preso un bus per la capitale. Il sindaco Lattuca, nelle sue dirette Facebook, mi aveva spiegato le difficoltà che avrei incontrato per farmi venire a prendere a Roma. Così ho anche comprato un volo da 132 euro tra Fiumicino e Bologna».
È il 23 aprile. Alle 7 un bus del consolato porta Matiz in aeroporto. «Eravamo in fila fuori per provare la febbre. Sono entrati in 3. Poi hanno chiuso tutto e dopo un’ora in cui nessuno ci diceva nulla, mentre eravamo in fila fuori dall’aeroporto iniziavamo a ricevere sui telefoni mail che il volo era spostato al 25 aprile. Panico e rabbia. Un overbooking di 40 persone, sospetto anche per me che non mi arrabbio mai. In quel volo su cui non sono salito, saprò poi dai giornali che aveva invece viaggiato la nuova ambasciatrice argentina della Città del Vaticano: prima donna della storia giunta a Roma con quel ruolo…».
Seconda chance: ore 13 del 25 aprile. «Dopo due notti in hotel pagati da Alitalia ed un cambio anche sul biglietto Roma-Bologna, in 130 siamo tornati in Italia. Non tutti i posti erano stati venduti. In Argentina ci sono ancora 600 italiani che devono tornare con urgenza in Italia. Tra loro il mio migliore amico e la sua famiglia. A loro, il consolato i biglietti di Alitalia non li ha mandati».
Chissà quanto ancora dovranno aspettare prima di tornare a Sant’Egidio.

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