RAVENNA. Si chiamano tocilizumab, canakinumab, colchicina e idrossiclorochina. Nomi all’apparenza impronunciabili ma che si riferiscono a farmaci già esistenti e utilizzati nella cura di altre patologie, che in queste settimane sono stati impiegati nella lotta al coronavirus. Sono infatti 18 al momento le sperimentazioni che vengono effettuate sui pazienti nei vari ospedali che fanno capo all’Ausl Romagna, che coinvolgono complessivamente un migliaio di malati. E solo nell’area di Ravenna, sono un centinaio le persone curate con i tre farmaci principali, ognuno applicato in modo mirato in base alle condizioni cliniche dei pazienti e alla sintomatologia specifica. In altre parole non esiste un’unica cura ma più armi, la cui efficacia varia da caso a caso.

Il tocilizumab
In assenza di un vaccino e di un preparato specifico, lo scoppio della pandemia ha spinto la comunità scientifica ad avviare studi e a testare terapie già impiegate in altri campi. Tra le sperimentazioni partite in Romagna, una di quelle su più larga scala riguarda il tocilizumab. L’Aifa ha infatti dato il via libera all’utilizzo del farmaco anti reumatico nell’ambito di un progetto che vede come capofila l’Istituto Tumori Pascale di Napoli: somministrato negli ospedali di Cesena, Ravenna, Rimini e Forlì, sono 208 i pazienti inseriti nel protocollo, tutti con un quadro clinico severo, ma in larga parte non ricoverati in rianimazione. Con lo stesso farmaco l’Ausl Romagna ha inoltre promosso un ulteriore studio per il trattamento per via sottocutanea che coinvolge complessivamente 63 pazienti.

Il canakinumab
Sul fronte dei farmaci innovativi, la Commissione del farmaco della Romagna e il Comitato etico hanno approvato lo studio del canakinumab, un immunoterapico somministrato sempre per via sottocutanea, che ha visto “arruolati” 100 pazienti.

Il cortisonico
Altro medicinale in sperimentazione a Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini è un cortisonico, terapia ritenuta particolarmente efficace nel sopprimere l’infiammazione sistemica innescata dal virus e in grado di ridurre la durata della malattia e il conseguente ricovero, con riflessi in valutazione anche sulla mortalità.

Eparina e colchicina
L’ospedale di Forlì (inserito in una ristretta cerchia di centri italiani, 14 in tutto, per la sperimentazione dell’eparina, anticoagulante che a breve dovrebbe essere somministrato per la cura del covid-19) è entrato nello studio nazionale anche sull’utilizzo di colchicina, già somministrata sia in ospedale che a domicilio.

L’idrossiclorochina
Inoltre le Farmacie dei quattro ambiti romagnoli partecipano ad una sorveglianza internazionale promossa in Olanda sui trattamenti farmacologici, mentre l’Ausl Romagna sta predisponendo un nuovo studio sul trattamento con l’idrossiclorochina, antimalarico che pare stia dando risultati nel rallentare la progressione della malattia: in particolare, quello che sembra emergere è un’efficacia del farmaco nelle fasi iniziali della patologia tanto che da un utilizzo esclusivamente ospedaliero è stato impiegato anche a livello territoriale. Sono già 777 infatti i pazienti curati a domicilio in Romagna grazie all’attivazione delle Unità speciali di continuità assistenziali e alla collaborazione coi medici di famiglia.

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