Coronavirus, il giornale come esperienza religiosa

Coronavirus, il giornale come esperienza religiosa

RIMINI. Niente c’è di più simile a una preghiera, nel silenzio delle chiese e nel divieto di sedersi sulla riva degli istanti a osservare il vuoto, che percorrere il tragitto più breve da casa all’edicola. In silenzio, assorti, a testa bassa e con il passo cadenzato di una processione senza officianti dove sei l’unico a partecipare. Dicono sia primavera. Un’altra domenica di una lunga quaresima che non finirà a Pasqua. Anche il respiro filtrato dalla mascherina è una forma di gratitudine all’esistenza. L’edicola, già. Mica un pretesto per imporsi di farsi la barba e vestirsi, né una scusa per aggirare le regole e uscire. Uscire dove? Attorno, il solo segnale di vita è l’ansia. La spinta per quelle che fino a ieri erano le solite cose non è la tristezza di sapere che non c’è altro da fare, ma una forma di resistenza: uscire da se stessi. Comprare il giornale come esperienza religiosa. Non pensava a questo il filosofo Hegel quando duecento anni fa si riferì alla lettura del quotidiano come la nuova preghiera del mattino. Eppure, nel mondo all’incontrario di oggi, quella definizione assume una luce nuova. Pagina dopo pagina si ristabilisce un contatto con la realtà, una finestra sulla propria comunità, una connessione fisica con la carta suggellata dal sorriso dell’edicolante. I soldi contati, le mani che si tendono senza toccarsi. Il cenno di saluto è il segno di pace. Nel giornale, quello locale, l’unico che parlava delle vittorie della tua squadra, della maturità di tuo figlio, delle buche sull’asfalto, dell’arresto del vicino e del cinema dove andare, mai di una pandemia, ora trovi le indicazioni degli esperti su come proteggere te e la tua famiglia, i numeri dei contagi e dei guariti, le storie degli eroi in prima linea, il ricordo di chi scompare senza un addio, le difficoltà di chi perde il lavoro. La comunità, stretta in formato tabloid, pronta a riemergere dal coronavirus più forte di prima. Il giornale ti aiuta sentirtene parte: non sei da solo. “Comunione” non è altro che il legame che si stabilisce tra più persone attraverso un vincolo spirituale che le unisce. Prendersi cura l’uno dell’altro (amare il prossimo?), ti chiedi, non è oggi anche l’unico antidoto per fermare la pandemia? Sì, c’è bisogno dell’impegno di tutti, e tutti contano. Nel tornare a casa, senza dover abbassare lo sguardo nel timore di giustificazioni, perché il giornale sottobraccio è come avere con sé il pane o le medicine, ti accorgi di non vivere più un incubo, ma il sogno a occhi aperti che si chiama speranza. Amen.

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