Coronavirus a Forlì, dimesso il primo contagiato. L’intervista

Coronavirus a Forlì, dimesso il primo contagiato. L'intervista

Tachipirina e antibiotico. Niente. La febbre non passava. Il ricovero, il tampone e quella parola detta dal medico: positivo. Un tuffo nella paura. Per se stesso. E per i parenti e la fidanzata che ha temuto di aver contagiato. Adesso l’incubo è finito. Ieri Marco Galetti, 32 anni, è tornato a casa dopo giorni di ricovero in ospedale. Aspetta un altro tampone, quello che gli darà il certificato che aspetta: la guarigione piena.
In paese, a Predappio, per tanti è stata una festa. Annunciata con un post su Facebook dall’assessore Lorenzo Lotti che di Galetti è un amico.


Galetti, come è iniziata la malattia?
«Il 3 marzo mi è venuta la febbre. Mai altissima, al massimo 38,2. Prendevo la Tachipirina e si abbassava. Ma non spariva mai. È andata avanti così per dieci giorni. A quel punto il medico è venuto a casa a visitarmi. Avevo la saturazione bassa. C’era il sospetto evidente che potesse trattarsi del Coronavirus. Così ha avvertito l’ospedale. E sono venuti a prendermi. Si è presentata una infermiera, completamente bardata: occhiali, mascherina, tuta guanti, fa una certa impressione».
Che ha pensato in quel momento?
«Ero disorientato. Speravo di non avere nulla ma in coscienza sapevo già di essere contagiato. L’antibiotico non era servito a nulla, sentivo che il respiro non era pulito come al solito. Avevo la tosse. Insomma, era già chiaro quale sarebbe stata la diagnosi. Una volta in ospedale mi è stato fatto il tampone. L’esito è arrivato due giorni dopo: positivo».
La sua reazione?
«Una botta. Una vampata di calore. Una scarica di adrenalina enorme. Non volevo crederci. Poi cerchi di calmarti ma sale la preoccupazione. Però io stavo abbastanza bene, sono sportivo, ho sempre giocato a calcio, ora a tennis, ho un buon fisico e ragionando con un po’ di lucidità mi sono detto che potevo farcela. L’angoscia vera mi è venuta pensando a mia madre e alla mia fidanzata. Ero stato a contatto con loro…».
Ora come stanno?
«Bene fortunatamente. Ma hanno dovuto mettersi in isolamento. La mia ragazza lo conclude domani, mia madre tra pochi giorni. Fortunatamente non hanno accusato sintomi. Sono sempre monitorate dall’Ausl con due telefonate al giorno».
Dove l’hanno ricoverata?
«Non essendo in gravi condizioni mi hanno sistemato al quarto piano, nel reparto di pneumologia. Subito è iniziato il trattamento con farmaci antivirali e antibiotico. Per i primi due giorni sono rimasto solo in camera, poi è arrivato un altro paziente da Cesena».
Come ha passato il tempo?
«Cercando di riposare il più possibile, guardando la tv e telefonando. Il cellulare mi ha “salvato”. Mi ha permesso di tenermi in contatto con la famiglia, la fidanzata, gli amici, di non sentirmi solo».
Quando le hanno comunicato che sarebbe tornato a casa?
«Ieri (sabato, ndr). Quando sono entrato mi avevano fatto una radiografia al torace. Avevo una polmonite, tipica del Coronavirus. Dopo una settimana di ricovero e terapia me ne hanno fatta un’altra ed era sparita. E così hanno detto che mi avrebbero dimesso. Negli ultimi giorni ero migliorato. Quando mi hanno tolto l’ossigeno ho iniziato a pensare di essere sulla strada giusta. Nella sfortuna sono stato fortunato, c’è chi se la passa peggio. Quando sono arrivato in Pronto soccorso ho visto persone che faticavano a respirare. Non è stato bello. Per convincermi che ce l’avrei fatta provavo a tirare il respiro fino in fondo, per vedere se riuscivo a raggiungere l’estensione massima».
Ha capito come è stato contagiato?
«Ci ho pensato più volte. Forse a una festa di compleanno a fine febbraio. In sette dopo hanno avuto la febbre. Ma agli altri è passata da sola in pochi giorni. Chissà…».

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