Coronavirus, famiglie in ginocchio a Forlì: in 1200 alla Caritas

Ascolto, accoglienza, alimenti. Sono le “tre A” che nei due mesi di emergenza nazionale legata alla pandemia, hanno rappresentato i punti cardinali dell’azione della Caritas diocesana. Anche a Forlì, dove la somma dei tre addendi, ha prodotto una quarta “A”. Quella dell’assistenza, riorganizzata sulla base delle nuove necessità e dei protocolli sanitari, rivolta a chiunque avesse avuto, e in realtà ha ancora, bisogno.

Una platea che anche i dati consuntivi di marzo e aprile, dimostrano sia ulteriormente cresciuta. E farvi fronte all’epoca del lockdown, che ha significato anche chiusura effettiva delle accoglienze per i nuovi ingressi, non è stato affatto semplice per la realtà diretta da Filippo Monari.

Porte aperte lo stesso

Accoglienza ha voluto dire rivedere il modello organizzativo del centro di Santa Maria del Fiore, forte di 35 posti più 13 destinati al “piano freddo”. Questi, da posti letto notturni sono diventati “stanze”, ossia vere e proprie abitazioni dove le persone hanno trovato dimora 24 ore su 24 usufruendo di colazione, pranzo e cena. In totale ne hanno beneficiato 42 persone.

È cambiato il volto anche della seconda accoglienza al centro “Buon Pastore” e nei mesi scorsi vi hanno alloggiato 20 uomini già inseriti lavorativamente in città, una famiglia di 5 persone. Tre, poi, le donne inserite. Negli appartamenti gestiti in modo diffuso sul territorio, sono stati 34 i cittadini assistiti. In ogni ambiente, grazie al supporto di medici e infermieri dell’associazione “Salute e Solidarietà”, non sono mai mancati monitoraggio e assistenza sanitari, dispositivi di protezione individuale e interventi di sanificazione degli ambienti, con tre posti dedicati anche all’esigenza di isolare eventuali contagiati.

Senza fissa dimora

Particolare il caso dei senza fissa dimora: 20 tra italiani e stranieri giunti in città poco prima della serrata d’emergenza. A loro erano dedicati i centri d’accoglienza, compreso quello di Borgo Sisa della “Papa Giovanni XXIII”, ma una volta chiusi il problema è diventato importante. Il Comune ha messo a disposizione 6 posti “ponte” in via Andrelini, ma Caritas, pur apprezzando, rimarca l’insufficienza della misura, tarata solo sugli italiani anagraficamente residenti a Forlì. Una minima parte, quindi. Gli altri, italiani e stranieri, sono rimasti esclusi, con l’aggravante di subire verbali di violazione delle norme sul lockdown, loro che una casa nella quale restare, non ce l’avevano.

Ascolto e alimenti

Il Covid-19 ha costretto a chiudere Emporio della Solidarietà e centri d’ascolto, ma l’assistenza a distanza è stata comunque garantita con un numero d’emergenza operativo 5 giorni su 7. Istituita anche una cabina di regia per regolare la distribuzione dei pasti che è stata un’attività intensissima. Le famiglie che dal 20 marzo hanno ricevuto un pacco viveri a domicilio, sono state 1.220, 400 raggiunte dai servizi dell’Emporio della Solidarietà e 820 dalle Caritas parrocchiali per complessivi 2.538 pacchi. Chiuse le due mense – Buon Pastore e San Francesco – dal 9 marzo la distribuzione è avvenuta consegnando i pachi fuori dalla porta dei destinatari. Ad aprile la richiesta è stata enorme: +19% rispetto a marzo. Si è passati da 2.514 a 3.003 pasti erogati. Una media di 200 al giorno.

«C’è stato il ritorno di molte famiglie che non accedevano da tempo ai nostri servizi e che, con lo stop alle attività lavorative, si sono ritrovate in grave difficoltà – informa Caritas -. A loro si sono aggiunti nuclei assistiti per la prima volta. Il centro d’ascolto di San Pietro in Vincoli, ad esempio, è passato da 29 a 60 famiglie assistite, quello di Meldola da 70 a 120. La sensazione è che questi numeri aumenteranno ancora». Per questo saranno prorogate a fine mese le scadenze delle tessere-pasto e ancora per giugno non servirà istruttoria conoscitiva per i nuovi richiedenti.

Volontari

A rendere tutto ciò possibile, è stato l’impegno dei volontari, cresciuti esponenzialmente durante l’emergenza. Ben 90 quelli resisi disponibili a preparare e distribuire i pacchi alimentari sette giorni su sette e col progetto “La Carità non abbia mai fine”, anche una task force aggiuntiva di predisposizione e distribuzione dall’Emporio e dai centri parrocchiali. Tantissimi i giovani coinvolti. «Una risposta sorprendente e immediata la loro – scrive la Caritas -. Questa pandemia ha mandato all’aria tanti pregiudizi. Tutti hanno dimostrato responsabilità, solidarietà e senso di appartenenza a una comunità nella quale ci si prende cura gli uni degli altri».

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