Coronavirus e lockdown nei bambini: “Effetti a lungo termine”

RAVENNA. Qualcuno piange, altri chiedono più attenzioni, ma anche comportamenti di rabbia e piccoli “incidenti” come tornare a bagnare il letto possono essere i segnali da tenere d’occhio, per capire l’impatto che il coronavirus sta avendo e avrà sui bambini. È ampio il ventaglio di possibilità descritto dalla dottoressa Rachele Nanni, responsabile del programma di Psicologia dell’Ausl Romagna, assieme alle psicoterapeute Samantha Nucci e Doriana Chiuchù, sulle conseguenze della pandemia, certe che «in questo scenario così difficile non possono essere trascurati i vissuti dei minori ed in particolare la ricaduta e la rilevanza che questa esperienza può avere su di essi sia nell’immediato che nel lungo termine». Sono parole che alludono a uno scenario futuro che va oltre la seconda fase, al quale l’azienda sanitaria si sta già preparando.

Dottoressa Nanni, negli oltre due mesi di “isolamento”, con la chiusura delle scuole in particolare, c’è il rischio che le misure per contrastare l’epidemia vengano somatizzate dai bambini?
«Se da un lato le limitazioni sono indispensabili e importanti per la salute di tutti e vanno adottate, dall’altro è necessario porre attenzione al benessere psicologico di adulti e bambini. Lo stato mentale dei genitori infatti, le normali paure, ansie, incertezze che la situazione ha determinato influenzano in modo determinante i vissuti dei bambini stessi».

Questo anche prima. Che cosa pesa maggiormente ai più piccoli?
«I bambini hanno perso importanti punti di riferimento sociali, quali la scuola, gli amici, i nonni, gli allenatori. Le persone con cui possono interfacciarsi e modulare le proprie rappresentazioni della situazione sono in gran parte o esclusivamente i genitori, a loro volta gravati da nuove sfide, paure e incertezze non solo sanitarie ma anche socio economiche e relazionali».

Come si dovrebbero comportare? Parlare di coronavirus ai figli è un bene?
«I genitori devono spiegare cosa succede ai figli, proteggendoli al tempo stesso da eccessivi allarmismi, e dare un senso nuovo ad una riorganizzazione così radicale della propria quotidianità. È importante fornire informazioni chiare, adeguate all’età e al livello di sviluppo di ciascun figlio. Omettere le informazioni può solo favorire l’insorgenza di pensieri e fantasie paurose che, se non condivise, possono aumentare i livelli di incertezza e di malessere. Più i genitori sono chiari più si aprono le porte a un confronto utile a una sana crescita».

Stare a casa da scuola è più un peso o una vacanza anticipata?
«Se all’inizio della quarantena tutto poteva anche sembrare una sorta di inaspettata vacanza, col passare dei giorni il distacco dalla scuola, dagli amici, dallo sport, dai parenti, la costrizione all’interno del solo ambiente domestico può aver assunto una veste diversa, di vuoto, di mancanza, di noia o di oppressione».

Le lezioni online sono un’alternativa sufficiente?
«Se da una parte sono uno strumento utilissimo per mantenere un canale di contatto e di continuità con le relazioni abituali e il necessario impegno dedicato all’apprendimento, dall’altro la dimensione digitale, prolungata, non può essere considerata sostitutiva ed alternativa ai processi di apprendimento “in presenza”, mediato dal corpo, dalle relazioni, dalla condivisione di esperienze ed emozioni».

Vale lo stesso per le videochiamate con gli amici?
«La tecnologia può certamente essere sfruttata in questo momento come una risorsa molto positiva, magari creando dei momenti di condivisione facendo videochiamate o telefonate ad amici, familiari e compagni, utili anche a tenere e rafforzare i legami esistenti utili a ridurre il senso di isolamento, solitudine e di distanza che la quarantena può generare. È possibile tuttavia, laddove non si riesce a strutturarla in modo costruttivo che essa assuma una caratteristica di ulteriore alienazione e dipendenza».

Quali possono essere i “campanelli d’allarme” di una possibile somatizzazione?
«È “normale” possano manifestarsi reazioni che in altri momenti potremmo considerare patologiche. Regressioni nelle autonomie già raggiunte (come difficoltà a dormire da soli, richiesta di maggiori attenzioni o tornare a bagnare il letto), comparsa di paure, tristezze e pianti, o esplosioni comportamentali di rabbia e aggressività, sono da considerare come reazioni fisiologiche ad una situazione imprevista e potenzialmente stressante».

Sono comportamenti da curare?
«Sarà necessario un tempo di assestamento alla nuova situazione per valutare se eventuali reazioni di questo tipo si stabilizzeranno in modo preoccupante o si risolveranno spontaneamente. Un tempo che adesso è molto difficile da quantificare, anche perché la situazione è in continuo divenire per tutti, bambini, genitori e specialisti. Dobbiamo avere, tutti noi adulti, la pazienza di ascoltare, osservare e aspettare senza allarmismi. Esperienze passate in altri eventi comunitari particolarmente stressanti ci dicono che risorse presenti prima della pandemia potranno aiutare a superare le difficoltà presenti, problemi non risolti potranno invece essere amplificati dallo stress attuale».

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