Coronavirus: da Cesena dopo il blocco è tornata a lavorare in Cina

CESENA. Dopo averla lasciata il 24 gennaio proprio mentre il governo cinese decideva di chiudere Wuhan una donna originaria di un comune del cesenate, è tornata a Shanghai, la città dove vive e lavora da 4 anni. Dalle Filippine dove aveva programmato una settimana di vacanza in occasione del capodanno cinese era infatti rientrata in Italia, da dove aveva continuato a lavorare a distanza per una piattaforma di viaggio online leader a livello mondiale, per cui lavora da un paio di anni.
Al rientro a Shanghai, racconta, «Ho dovuto osservare due settimane di quarantena in casa prima di poter rientrare al lavoro. Durante questo periodo la mia temperatura veniva monitorata giornalmente dal mio complesso abitativo, dove l’entrata e l’uscita erano controllate da un custode». Non riportiamo l’identità della donna né sue immagini. Perché il governo cinese ha imposto agli stranieri “… Di non turbare l’immagine del Paese all’estero in questa fase””. A parlare con la stampa si rischia l’espulsione come persona indesiderata, dunque.
La quarantena al momento è diventata un obbligo per chiunque arrivi in Cina dall’estero: «All’arrivo in Cina ora si viene portati in hotel designati dal governo per una quarantena assistita di 14 giorni. In un primo momento era a spese dello Stato, ora a spese proprie. Da un paio di settimane, come succede anche in altri paesi, la Cina ha vietato l’ingresso agli stranieri anche se muniti di permesso di soggiorno valido. Al momento la priorità è infatti limitare contagi provenienti dall’estero». La tensione, anche sociale, ancora non si è allentata «Si stanno manifestando spiacevoli fenomeni di xenofobia nei confronti degli stranieri, che ora vengono visti come “minaccia per nuovi contagi”, nonostante le frontiere siano chiuse da tempo e il 90% dei casi importati derivasse da cittadini cinesi di rientro e molti stranieri non abbiano mai nemmeno lasciato il Paese dallo scoppio dell’epidemia».
La possibilità di tornare in ufficio non significa, ancora, un pieno ritorno alla normalità: «La maggior parte delle persone ha concluso la quarantena e i nuovi contagi sono stati praticamente azzerati (se si esclude quelli di importazione). Per questi motivi la comunità ha ripreso a vivere e ad andare al lavoro, pur con le dovute precauzioni: le mascherine vengono indossate sempre, sia in strada che in ufficio, tutte le aziende mettono a disposizione dei dipendenti prodotti igienizzanti, specialmente per le mani ma in alcune ai lavoratori vengono disinfettati anche i vestiti all’entrata. Il riscaldamento è rigorosamente spento da due mesi e si tengono le finestre aperte».
«Ad ogni ingresso sul posto di lavoro o in edifici pubblici viene richiesto di mostrare un codice Qr sul cellulare, generato da un’applicazione che incrocia i dati sui tuoi spostamenti per garantire che tu sia a Shanghai da almeno 14 giorni (periodo massimo di incubazione del virus) e che tu non abbia incrociato lungo il tragitto una persona che poi si è rivelata positiva al virus. La tecnologia digitale si sta rivelando di grande aiuto in questo periodo, tuttavia non è negabile la grande quantità di dati che stanno raccogliendo sui cittadini e che non sappiamo come verranno utilizzati in futuro (ma chiunque viva in Cina ha smesso da tempo di porsi queste domande)».
Cominciano a vedersi i primi segnali di allentamento della tensione: «Le strade, le metro e gli uffici hanno ripreso a popolarsi di persone. Lentamente – racconta ancora – stiamo notando un miglioramento anche per la vita pubblica non lavorativa, ristoranti e bar si stanno risvegliando anche se molte persone ancora evitano di uscire». Diversa è la situazione per gli stranieri, «Nei confronti dei quali – spiega la donna – non ci sono regole chiare e spesso si lascia spazio alla discrezionalità dell’autorità di turno rispetto ad esempio alla possibilità di entrare in complessi abitativi che non siano i propri e alla libertà di viaggiare all’interno del paese. Ci sono persone che si vedono impossibilitate a muoversi per lavoro in altre regioni o città per il rischio di non essere ammesso sul treno, accettato in hotel o sull’autobus. La scorsa settimana ci sono stati episodi molto gravi di xenofobia nei confronti della comunità africana a Guanzhou, nel sud della Cina».
La graduale uscita dalla fase più acuta dell’emergenza: «Comporta anche una maggiore presa di consapevolezza dell’impatto economico e sociale che il virus sta avendo a livello globale. Il fatto che diversi paesi stiano affrontando i picchi in momenti consecutivi suggerisce un orizzonte molto lungo». «La Cina – spiega – ha un mercato interno molto grande che potrebbe compensare le perdite che presumibilmente ci saranno nelle esportazioni, uno stato autoritario forte che può prendere decisioni anche piuttosto drastiche e una ingente riserva di valuta che può essere un polmone strategico importante per sostenere i consumi interni e traghettare il paese fuori dalla crisi». Anche sul fronte del turismo il mercato interno è quello da cui stanno arrivando i primi segnali di ripresa, «anche se sono sicura che a emergenza finita torneremo tutti a viaggiare per il mondo, cinesi compresi». Quanto all’Italia dice: «Ancora non sappiamo quanto durerà l’emergenza. Il mio consiglio agli italiani ora è di stare a casa il più possibile e seguire le direttive del governo. È rassicurante vedere come in Cina un rigido periodo di chiusura stia consentendo ora una graduale apertura. Mi auguro di vedere l’Italia presto lasciarsi questa emergenza alle spalle».

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