Coronavirus, ecco cosa rischia chi viola il divieto di uscire

Coronavirus, ecco cosa rischia chi viola il divieto di uscire

La corsetta, la passeggiata col cane, l’aperitivo, il basket al campetto. Le abitudini sono dure a morire, peggio ancora quelle simbolo delle più elementari libertà individuali, date per scontate prima dei decreti ministeriali vergati per fronteggiare il contagio da coronavirus. Ora non è più questione di scelta. La quarantena va rispettata, così come le norme di questa emergenza sanitaria che non ha precedenti. Violarle, giocare di fantasia con le autocertificazioni, significa andare incontro a ripercussioni penali non da ridere. Da contravvenzioni per qualche centinaia di euro, si arriva a reati che prevedono l’arresto, fino a casi estremi in cui le conseguenze più gravi dell’incoscienza possono scomodare l’ipotesi di “procurata epidemia”, accusa che in caso di dolo prevede l’ergastolo. È uno scenario ampio quello che abbiamo provato a tratteggiare con l’aiuto dell’avvocato penalista Giorgio Vantaggiato.

Avvocato, partiamo dai casi concreti. Dall’entrata in vigore del Dpcm sono state denunciate oltre 260 persone in provincia. Per esempio, mettiamo che vada a fare una partita a calcetto con gli amici. Che cosa rischio?
«Ci sono molte possibilità in cui si può violare il decreto. Per esempio, andare a fare la spesa è consentito. Ma se ci vado in auto con il vicino di casa no, viene a mancare il metro di distanza. È il caso tipico previsto dall’articolo 650 del codice penale, che punisce l’inosservanza di una disposizione emessa dalle autorità. È un reato contravvenzionale che non distingue tra dolo o colpa e che contempla l’arresto o la multa fino a 206 euro».

Come finirà per quegli oltre 260 casi?
«È facile che finisca con un decreto penale di condanna. Una volta pagato non ci sono altre conseguenze, ma è una condanna e come tale rimane nella fedina penale. In alternativa si può impugnare e chiedere l’oblazione, che se viene ammessa garantisce l’estinzione del reato con il pagamento di metà importo»

Poi ci sono i “furbi” dell’autocertificazione
«Per quelli si aggiunge il reato di falsa attestazione al pubblico ufficiale, che prevede pene alte, da uno a sei anni e l’arresto facoltativo in caso di flagranza. Se le indagini sono contestuali, per esempio se le forze dell’ordine chiamano il datore di lavoro per capire se effettivamente stai lavorando, beh quella è flagranza».

Mettiamo poi che uno esca e sia infetto…
«Qui dobbiamo distinguere due possibilità. La più grave: so di essere positivo e violo la quarantena. Il rischio è di essere denunciato per “procurata epidemia”. È un reato di dolo eventuale, cioè commesso accettando il rischio di infettare qualcuno, che il fatto si concretizzi o meno. Se contagio altre persone e qualcuno muore, a quel punto c’è anche l’omicidio volontario. E per entrambi la pena arriva all’ergastolo».

Ci sono precedenti?
«Il caso classico è quello dei malati di Aids. Ci sono state vicende di persone positive all’Hiv che hanno infettato partner consapevolmente. In quel caso le accuse sono state di omicidio o lesioni gravissime».

E se non so di essere positivo? Per esempio, ho la febbre e vado a fare la spesa.
«In quel caso il delitto è colposo. E le pene allora sono ridotte ma pur sempre alte. Da uno a cinque anni o da sei mesi a tre anni a seconda dei casi».

Dal punto di vista di chi invece è “vittima” del contagio, ci si può rivalere?
«Chiunque ha la facoltà di sporgere denuncia nei confronti di chi ritiene che abbia commesso un reato ed eventualmente costituirsi parte civile. Ma deve anche essere sicuro che sia responsabile almeno colposamente del fatto, cosa complessa in uno scenario di epidemia».

Mettiamo allora che uno si ammali in ufficio…
«Il decreto legge mette a disposizione delle linee guida che si intrecciano con la sicurezza su luogo di lavoro, ambito che chiama in causa il datore, il quale deve adottare misure come mascherine, oppure postazioni distanziate. Ma non c’è giurisprudenza al momento per una situazione di questa portata. Basteranno le misure adottate dai responsabili delle attività ancora aperte da eventuali cause dei dipendenti? Sarà interessante scoprirlo nei mesi a venire».

A salvare tutti basterebbe forse un pizzico di buon senso.
«Alcune norme possono essere considerate più o meno giuste, ma quando ci sono in ballo delle vite non importa quanto le regole stiano stravolgendo le nostre abitudini. Bisogna rispettarle severamente. È una questione di civiltà, di rispetto dei più deboli, di amore per chi ci sta accanto».

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