Sono una ventina i pazienti finora trattati a Ravenna nell’ambito della sperimentazione del tocilizumab contro il coronavirus. Test avviato nelle scorse settimane anche al “Santa Maria delle Croci” con risultati definiti «incoraggianti» dai medici, e che figura anche nella mappatura in tempo reale della Cytel, che ha realizzato uno strumento di tracciatura cofinanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation in grado di monitorare le terapie anti covid-19 condotte in tutto il mondo.
L’avvio del test
Dal 19 marzo scorso, infatti, in Romagna il medicinale anti artrite è stato applicato in doppia somministrazione ad un gruppo di pazienti in cura per contrastare l’effetto domino innescato dal virus, nell’ambito di un progetto guidato dall’istituto contro i tumori di Napoli, che per primo ha sperimentato il tocilizumab nella lotta al covid-19. «Nello specifico – spiega l’infettivologo e pneumologo Paolo Bassi, responsabile del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna – è stato utilizzato per cercare di fermare la cascata citochinica e arginare la reazione infiammatoria innescata dal virus».
Quello che finora sembra emergere, infatti, è la capacità del farmaco (utilizzato fino a prima della pandemia come anti reumatico) di frenare la progressione della malattia nella sua forma più aggressiva. «Parliamo di un’infezione virale che in certe situazioni funge da detonatore dando origine a un processo infiammatorio generalizzato che può coinvolgere tutti gli organi, con l’apparato respiratorio come bersaglio privilegiato – riprende Bassi –. In questi contesti il virus è in grado di innescare una reazione infiammatoria che, se non contrastata, può portare alla morte». L’impiego del tocilizumab ha come obiettivo quello di bloccare la progressione della patologia verso l’insufficienza d’organo. E nell’applicazione trasversale che ha riguardato i medici dei reparti che combattono il coronavirus in prima linea (malattie infettive, area covid e rianimazione) sta mostrando risultati che Bassi definisce appunto «incoraggianti».
Non è un farmaco adatto a tutte le persone contagiate («non viene utilizzato per pazienti che mostrano una sintomatologia lieve e nemmeno per quelli con un andamento stabile, ma trova applicazione laddove il quadro clinico inizia a dare segni di progressione infiammatoria») e l’applicazione su una scala ridotta non consente ancora di poterla ritenere la cura più efficace, ma al momento il farmaco appare come una possibile arma contro il virus. «Forse non la più incisiva ma è comunque una delle soluzioni disponibili – commenta cauto Bassi –. L’impressione che posso avere io, è che sul campo il farmaco stia mostrando una certa capacità di azione». Se non una soluzione contro la pandemia, almeno un punto di partenza.

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