CESENA. Prima di affrontare il gioco dei dieci titoli, ritengo necessaria una piccola premessa metodologica, circa le scelte operate. Si tratta di libri che hanno segnato la mia vita di lettore, non necessariamente dei capolavori (alcuni lo sono) ma significativi per il momento in cui li ho letti. E sono indicati in ordine cronologico di lettura e non di preferenza, eccetto il primo. Perché se da un primo bisogna partire, il mio numero uno è “Sulla strada” di Jack Kerouac, scoperto durante gli ultimi anni del liceo. Le scorribande lungo le strade americane di Sal Paradise (Kerouac) e Dean Moriarty (Neal Cassady), gli incontri casuali, l’amore e il sesso, lo sperimentare esperienze per aprire la mente, l’alcool e il trasporto per il jazz, il rifiuto della “way of life” americana del periodo (fine anni Quaranta e primi anni Cinquanta) per cercare una nuova autenticità. Tutti elementi che mi fecero amare moltissimo il romanzo e che, come si diceva allora, mi aprirono la testa. Mi colpì molto anche il “come”, lo stile jazzato della scrittura, e l’invito che emergeva dal testo (il viaggio conta più della meta). Era la nascita della Beat generation, come spiegava Fernanda Pivano nell’introduzione.
E veniamo agli altri titoli, cominciando da “La casa in collina” di Cesare Pavese, affrontato all’incirca nello stesso periodo, probabilmente non il suo miglior romanzo (letti tutti in seguito, compresi i bei racconti) con il protagonista Corrado, attraversato da una profonda crisi esistenziale che rispecchiava la fatica di quei miei anni. Altra scelta, “Il grande sonno” di Raymond Chandler, ovvero la scoperta dell’hard boiled, la scuola dei duri del giallo americano, e del suo protagonista Philipp Marlowe, squattrinato poliziotto privato dall’alto senso etico del mestiere, disegnato con incisività e ironia. Da allora non ho mai smesso di leggere polizieschi, a cominciare dal capostipite Dashiell Hammet e dai molti epigoni successivi, anche italiani. Ne “Il tropico del cancro” di Henry Miller, vita da bohèmien marginale nella Parigi degli anni Trenta, il sesso diventa letteratura e si fa scandalo, con pagine memorabili in lode alla vagina. Accomuno per una questione temporale i 7 volumi di “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust e “I 49 racconti” di Ernest Hemingway, affrontati nel corso di un’estate, ai tempi dell’università, passata a lavorare come portiere di notte in un hotel di Bellaria. Avere la notte a disposizione mi consentì di godere sia delle raffinate pagine dello scrittore francese, del suo scandagliare minuzioso sentimenti e sensazioni sia del vitalismo e della scrittura essenziale dell’autore americano (letto poi in gran parte).
“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, e l’intera sua opera, è stato un colpo di fulmine. Il suo racconto della Resistenza, tra cronaca, diario interiore ed epica resta insuperabile. Grazie alle annunciate trasposizioni cinematografiche di Frears (1988) e Forman (Valmont, 1989) mi sono deliziato degli intrighi amorosi di “Le relazioni pericolose” di Pierre Chardelos de Laclois, romanzo epistolare che mi ha spinto ad affrontare la letteratura libertina del ’700 francese. Le ultime due segnalazioni sono per romanzi, la cui lettura va nel segno del puro “piacere del testo”: “Suite francese” opera postuma di Irène Némirovsky, e la trilogia “Millenium” (ovvero “Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che giocava col fuoco” e “La regina dei castelli di carta”) di Stieg Larsson.
Fuori classifica indico Georges Simenon (Maigret e non) i cui romanzi, anche i più drammatici, continuano ad allietarmi nel corso degli anni.

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