Ryszard Kapuscinski

RIMINI. «I veri libri sono figli non della piena luce o della conversazione ma dell’oscurità e del silenzio».
Condivido Proust e sapere che ad attendere la mia notte è un buon libro rende lieto il giorno. I libri sono da sempre la mia porta aperta sul mondo.
Una passione per la parola narrata, iniziata quando ancora di parole ne conoscevo poche. Quante volte ho sentito la mamma lamentarsi delle notti insonni a cui la costringevo pretendendo racconti. Prima l’ascolto poi la lettura. Che stupore nell’infanzia di fronte a Omero e alla sua “Odissea”, a “La scoperta di Troia” di Schliemann, e la passione per i grandi romanzi, ricordo l’innamoramento per “I miserabili” di Hugo, avevo 8, 9 anni.
Con l’adolescenza è arrivato il tempo della poesia e a seguire quello del teatro, negli anni dell’università si è aggiunta la saggistica. Poi, senza un’intenzione precisa, ho intrapreso i sentieri della letteratura che nasce dai reportage, l’iniziazione la devo a Oriana Fallaci, Bruce Chatwin, Robert Byron e fatale l’incontro con Ryszard Kapuscinski. È per questo che dopo aver letto tutti i suoi imperdibili libri ho fatto lo stesso con quelli di Tiziano Terzani, altro mio importante riferimento.
Questo genere, che unisce arte e reportage, mi appassiona perché chi narra è un grande giornalista entrato nella vita e nell’anima dei luoghi e ce li restituisce filtrati da una potente autorevolezza espositiva. Ecco perché in questa selezione ho inserito “Imperium” che, con la sua meravigliosa vertigine narrativa, entra nel respiro concreto di genti, culture, esperienze, permettendo di capire cosa è stata e cos’è oggi quella complessa porzione di mondo che un tempo era l’Unione Sovietica. Lo stesso vale per “Un indovino mi disse” di Terzani, che nutre e che è da leggere senza meno come tutti i suoi affascinanti libri, capaci di mettere in relazione l’introspezione con la descrizione.
Come accade ne “Il cammello battriano” di Malatesta, che unisce il rigore dell’antropologo alla sublimazione lessicale, dilatando i confini della realtà esterna. Tra gli autori per me più sorprendenti nutro un grande amore per Galeano, sfaccettato come i colori e i profumi del Sud America, e qui indico il suo struggente ed eclettico “Il libro degli abbracci”.
Non amo i romanzi impostati su un’omogeneizzazione stilistica con linguaggio incolore e cerco un livello altro, un registro letterario non banale, prezioso, ricco anche di espressioni poetiche, arcaiche, neologismi, parole desuete, dialettali. Per questo segnalo “Piccola prosa” di Bulgakov che, con una narrazione straordinariamente alta, affonda lo sguardo sul rapporto tra individuo e comunità, tra libertà e potere.
Anche la scelta di “Gente di Bogotà” dell’adorato Márquez va nella stessa direzione perché, attraverso avvincenti reportage, il maestro colombiano racconta la quotidianità della sua gente con un ritmo narrativo che conquista riga dopo riga. Di Borges ho scelto il “Libro di sogni” che svela tanto di lui così come l’importanza di quello che definisce il più antico genere letterario.
Venendo all’oggi due i miei suggerimenti: “M. Il figlio del secolo” di Scurati, eccelso scrittore che è anche storico e quindi, restando aggrappato ai documenti e alle vicende reali, incanta per come ne scrive col suo mirabile, personalissimo stile. Un contenuto a cui tutti dovrebbero avvicinarsi perché ciò che offre dal punto di vista delle testimonianze ci fa comprendere l’oggi e affrontare il domani. L’altro è “Storia perfetta dell’errore” di Mercadini, che affascina sempre grazie alla sua prodigiosa, innata dote di affabulatore, e questo suo sapiente e piacevole romanzo è un dono di freschezza e di vivacità intellettuale carico di profondità di pensiero.
Dalla vastità della letteratura orientale seleziono il persiano Abdolah, più noto all’estero rispetto al nostro Paese e tra i suoi intensi lavori “La casa della moschea” perché restituisce storia e poesia di una terra antichissima e magnifica dove i poeti sono venerati e recitati a memoria dalla gente che si incontra per strada.

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