Coronalibrus: a Bellonci il cuore, a Cortazar i sensi

Penso che ogni lettura comporti un fraintendimento e che le passioni, potenzialmente deformanti del lettore, facciano sì che l’atto del leggere sia un processo in cui verità e falsità si intreccino inestricabilmente. Quando leggo so che deformo e insieme do forma vera, la mia, al pensiero dell’autore. Una libertà impagabile e incommensurabile se si pensa a quanta vita ognuno ha e avrà a sua disposizione nel poter leggere e rileggere libri.
In questo invito a indicare dieci libri è implicito un tradimento, quello e incommensurabile dei titoli che si sono dovuti mettere da parte. Per sentirmi sollevata dalle esclusioni di Cervantes, Beckett, Austen o Parker, per esempio, ho incastonato i miei libri su uno “schema corporeo”. Prendo a prestito il termine senza essere certissima di non fraintenderlo… appunto!

I piedi: alla mia voglia di fuga e al mio scalpitare di quando l’ho letto, ancora giovane e giocosa, dedico Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati con le sue lunghe attese, il rimanere stregati e immobili davanti a un immaginario che la realtà si sforza di negare.
La pancia: un termine che ultimamente si è tristemente usato per collocare i gusti politici di molti, cavalcherò questo modo di dire per ricordare Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Questo libro ha acceso la mia capacità di indignarmi e ha mosso la voglia di dare corpo al mio sdegno di fronte alle ingiustizie.
Il cuore: tutto il mio cuore a Rinascimento privato di Maria Bellonci, una scrittrice magnifica che sa fare arrivare la delicatezza e la potenza di un amore impossibile vissuto solo attraverso profondissime lettere che si facevano riconoscere per la calligrafia «dai caratteri appuntiti».
Le mani: prendo a due mani il libro di Jack London Martin Eden e sento tutta la forza del suo voler essere, del suo voler costruire il suo mestiere di scrittore dando schiaffoni alle superficiali abitudini dei salotti borghesi e prendendo schiaffoni dalla vita; «il mio gusto e le mie antipatie non possono seguire la moda» un comandamento per imparare ad ascoltarsi e a credere in sé stessi.
Il sesso: vado dritta a Tropico del Cancro di Henry Miller. La parola tropico, rotazione, era di per sé fremente per una adolescente a modino, poi essendo del segno del Cancro… ci sono cascata in pieno, ma un po’ di nascosto dai miei.
I sensi: l’illusione di liberarli, fiduciosamente sostenuta dalla logica, me l’ha data Julio Cortazar con Storie di cronopios e di famas, insieme alla possibilità di dar loro corpo, un fondamento per il lavoro dell’attore.
La mente: La nausea di Jean- Paul Sartre mi ha fatto confliggere con la “prof” di lettere che lo trovava inadatto a una giovane, non voleva ammettere il pessimismo che convive con l’ottimismo, il dubbio sul quale la vita galleggia.
L’io: «Ogni punto di ognuno di noi coincideva con ogni punto di ognuno degli altri in un punto unico che era quello dove stavamo tutti», non aggiungo altro. Le Cosmicomiche di Calvino.
Il mondo: ultimamente il mio lavoro lo dedico alle donne e La moglie del mondo di Carol A. Duffy, con le sue trenta poesie su donne che cercano il loro ruolo, lo rappresenta.
Ringrazio infine Philip Roth per avere scritto libri come Pastorale americana e La macchia umana che hanno saputo dare un corpo unico a tutti quei sentimenti di cui sono capace, con la scrittura più leale e sottile che sono in grado di immaginare, fino ad arrivare al punto di desiderare quella scrittura. E allora dubito di me, mai dei libri, cui affido molte delle mie soddisfazioni.

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