«Sì, il Moro di Venezia nel 1992 a San Diego è stata la barca italiana che è andata più vicina alla conquista dell’America’s Cup ma ci auguriamo con tutto il cuore di essere battuti da Max Sirena per portare finalmente in Italia l’America’s Cup».

Il riminese Marco Cornacchia, 55 anni, oggi è il direttore del Marina di Cala del Forte a Ventimiglia, ma una trentina di anni fa ha vissuto tutti i momenti della grande sfida lanciata dal ravennate Raul Gardini. «Dal 1989 fino alla finale del 1992 sono uno dei pochi dell’equipaggio del Moro ad aver fatto tutte le regate prima addetto all’albero e poi prodiere», ricorda con una punta di orgoglio. «Non fu facile. Ogni giorno guardavamo la bacheca per sapere se eravamo a bordo».

C’era molto entusiasmo in Italia. Voi a San Diego ne eravate consapevoli?

«Cominciammo a percepire di aver fatto qualcosa di speciale quando la giuria accettò il nostro ricorso contro i neozelandesi sull’uso scorretto del bompresso (che annullò una vittoria dei kiwi, ndr). TeleMontecarlo diede il nostro numero di fax e nella notte arrivarono centinaia e centinaia di messaggi di incoraggiamento. Le ragazze che lavoravano in segreteria tappezzarono la sala con tutti questi fogli e ci fecero la sorpresa. Sapere che l’Italia ci seguiva con tanto affetto fu per noi una grande emozione. E da lì in poi iniziò la rimonta: passammo dall’1-4 al 5-3 e vincemmo il trofeo degli sfidanti accedendo alla finale di America’s Cup».

Come si avvicinò alla vela e come entrò nel team del Moro?

«A 11 anni ho fatto la scuola vela di Gigi Baculo a San Giuliano, un istruttore che ci dava la possibilità di usare derive e windsurf anche per fare le regate. Da grande a bordo della barca “Rimini Rimini” conobbi Robin Morgan (della veleria North Sails) e siccome sapevo che faceva le vele per il Moro gli chiesi consigli per farmi prendere nell’equipaggio. Pochi giorni dopo fui contattato da Tommaso Chieffi e feci le visite mediche a Milano. Preso!».

Paul Cayard era skipper e timoniere della barca. Come si comunicava con lui? Inglese o italiano?

«In Italiano perché lui parla bene la nostra lingua. Ma ogni tanto ci metteva una parola in inglese».

Come si comportava?

«Intelligente, spiritoso e con un grande carisma. Nonostante fosse molto giovane (aveva 30 anni) sapeva bene tenere le fila dell’equipaggio ed era in ottimi rapporti con tutti. Lavorare con lui era molto impegnativo. In quei tre anni ti poteva anche capitare di avere solo due giorni liberi in un mese! Vita durissima: tante ore di allenamento, tante ore in mare, tante ore a sistemare la barca… e qualche ragazzo mollava. Ma si doveva dare il massimo e lui era di grande esempio: veniva tutti i giorni con noi a sudare in palestra!»

Il segreto del successo del Moro?

«Si può parlare di una serie di cose ma al primo posto c’è il grande carisma di Raul Gardini. Intorno a lui in quel periodo c’era un grande interesse anche per le sue attività industriali».

Che tipo era?

«Una persona verace. Gli piaceva molto stare in barca. Lo sentivi vicino. Noi lo abbiamo conosciuto andando a vela e mi ricordo sempre questa frase: qualunque mestiere fai, devi metterci il cuore ed essere il migliore! Metteva una grande passione nella vita e in tutto quello che faceva e ce la trasmetteva. Saliva a bordo come diciassettesimo, che all’epoca era la persona ospite che non poteva né lavorare a bordo né parlare. Era lì e soffriva con noi. Non potendo fare altro fumava continuamente per scaricare la tensione».

Come vede l’America’s Cup di oggi?

«Si conferma come l’espressione della più alta tecnologia nella vela. Ai nostri tempi, per esempio, fummo i primi a utilizzare le vele in tessuto di carbonio. Gli spagnoli, che avevano un budget limitato rispetto al nostro ci scherzarono su dipingendo il loro genoa di nero! Ma anche ai nostri tempi si stava attenti all’aerodinamica: anziché stare seduti in falchetta con le gambe penzoloni, stavamo distesi sulla coperta».

Luna Rossa ce la può fare?

«Secondo me le chance le ha. Il team è al top: tutti i componenti, dai velisti ai progettisti a chi continua ad apportare modifiche alla barca, sono tutti bravissimi e possono fare molto bene. Anche se i neozelandesi al momento sembrano avere qualcosa in più e americani e inglesi sono comunque forti».

A bordo lei era l’unico romagnolo?

«Sì. Ma Stefano Roberti, riminese, già membro dell’equipaggio di Azzurra dove era stato randista, si occupava della comunicazione. Un giorno ci ritrovammo senza tattico e Cayard gli chiese di venire a bordo. Credo fosse un match race contro gli svedesi. Roberto dimostrò di avere molto talento: venne a bordo e vincemmo»..

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