RIMINI. Il Corriere Romagna continua il diario della pandemia: la psicologa Francesca Vaienti riflette sul ruolo delle famiglie.

di FRANCESCA VAIENTI

E poi ci sono loro, i familiari delle persone con difficoltà di memoria, che a loro insaputa si son trovati testimoni, e in prima linea, di uno dei più grandi stravolgimenti della nostra epoca. Sì, perché questo virus non solo ha rotto l’equilibrio della vita di tutti e costretto a cambiare abitudini, ma ha indotto loro a inventare un altro modo per continuare a stare accanto ai loro cari. Ad adattarsi.
Mi riferisco a quei figli che, sospese le badanti per paura del contagio, han preso il loro posto accanto ai genitori, a quelli a cui il virus ha regalato tempo per stare con loro e a quelli che invece son stati costretti a star lontani, con inquietudine e fatica. E poi mi riferisco a quei mariti che han costruito nuove abitudini per mantenere l’equilibrio in una situazione precaria sospesa. Ci vuole forza, certe volte.
Così penso con tenerezza a Renato, il figlio di una persona che frequenta il Cafè Amarcord di Rimini, che non potendo andar dalla mamma cerca di capirla, a distanza: «Lei va dietro a un ragionamento senza sapere perché lo fa. Il dialogo con lei, fino a quando son stato lì, era breve per cui a un certo punto smettevi di parlare e l’abbracciavi… Ora, son rimasti i suoi commenti. Commenta le cose che fa la tv. Lei fa un commento, qualsiasi cosa ci sia. E le parole non servono più». Fa un gran rumore quel mancato abbraccio.
E poi mi viene in mente Gianni, un familiare del Centro d’Incontro di Rimini, quando mi chiama per ringraziare: «Ci ho provato, a 83 anni più Iva! Elena cammina nel balcone e fa qualche faccenda in più. Ascoltiamo il rosario e alle 7 c’è la messa del Papa. Io non alzo più la voce… Ho imparato a contare fino a 11. Rispetto a un mese fa sono molto contento! Posso dire che abbiamo raggiunto un modo piacevole di vivere. Prima non ero così… Ho fatto quello che non ho fatto prima! Le medicine fanno tanto, ma non pensavo che cambiare modo avrebbe dato questi risultati. Non ho capito che lo avrei potuto fare prima…».
Poi mi passa Elena in videochiamata: «Al centro stavo bene. Ci tengo molto… non vedo l’ora che apra. Adesso vado sul balcone a camminare e ci sono gli uccellini… Ciao bella, mi stai nel cuore».
Allora penso, deve essere successo qualcosa di veramente straordinario non solo nel mondo fuori, ma dentro di noi per riuscire a capire e fare cose che prima non vedevamo, presi com’eravamo dalla folle corsa, dalle abitudini, dal ripetersi uguale di gesti e comportamenti. Ci voleva un virus? Non so, ma di fatto qualcosa che generasse una spaccatura nel nostro modo di affrontare le cose e azzerasse, di colpo, le nostre convinzioni e atteggiamenti. La crisi, come qualcuno mi ha insegnato, è innanzitutto un cambiamento, una trasformazione: non siamo più come eravamo prima. Deve essere successo che ci siamo trasformati, le persone con problemi di memoria, i loro familiari e noi con loro, nel tentativo di affrontare tutto questo.
Il virus ci ha regalato il tempo per pensare e reinventarci.
A noi che scriviamo, per produrre storie e provare a capire cose che prima non vedevamo. A loro, per continuare a essere familiari, compagni di viaggio instancabili e creativi in un cammino, quello della demenza, che mette a dura prova e costringe a ripensarsi quotidianamente…

*psicologa (5-continua)

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