Gabriele Vitali, nella sua abitazione a Fiorentino

SAN MARINO. «Sono in quarantena da quasi tre mesi, ora basta. Questa condizione è insopportabile». Gabriele Vitali, 57enne riminese di origine, ma residente da anni a San Marino, racconta come un fiume in piena il senso di costrizione che si prova ad essere chiuso in casa da oltre 70 giorni. Una sensazione di claustrofobia accentuata dal fatto di stare bene, non avendo mai accusato, oltre a una leggera influenza intorno ai primi di marzo, particolari malesseri. A parte la scomparsa del gusto e dell’olfatto: «Un granello di sale sulla lingua era come se fosse sabbia». Infatti, ad aver contratto con certezza il Covid è stata la moglie, che ha quindi “condannato” il marito Gabriele e i due figli conviventi di sette e dodici anni all’isolamento domiciliare. Un isolamento che perdura anche oggi, perché Gabriele, che intorno alla metà di aprile è stato sottoposto al test sierologico, scoprendo così la presenza degli anticorpi, continua a risultare positivo ai tamponi.

Gabriele, qual è l’aspetto più pesante di essere in perenne quarantena?
«Il fatto di essere dipendente dagli altri in tutto. Da quando mia moglie è risultata positiva al tampone che le hanno fatto poiché aveva febbre alta e tosse, sono passati più di due mesi: era l’11 marzo. E da allora io e i bambini siamo stati messi in isolamento domiciliare, dovendoci quindi affidare ai vicini per la spesa, per ogni incombenza. E così diventano problematiche anche le cose più semplici, come ad esempio comprare il materiale per fare bricolage utile ai nostri figli, che le insegnanti richiedono per svolgere alcuni lavoretti. Criticità che oggi sono ancora più amare, perché la fase due per gli “altri” è iniziata, e tra l’altro i nostri vicini o conoscenti hanno ancora più difficoltà ad aiutarci perché sono tornati al lavoro e hanno figli anche loro. E poi i nostri figli, che sono sani, e sono obbligati a stare sempre in casa. “Vanno su per i muri”, la sera hanno un sacco di energie inespresse, e anche noi adulti facciamo fatica a dormire. Io inizio a sentire la sensazione di claustrofobia e un’ansia strisciante, che prima non avevo mai provato. Insomma, all’inizio si sopportava, adesso “a ne pos piò” (non ne posso più, dal dialetto romagnolo, ndr)».

Sua moglie come ha reagito a questa situazione?
«Per lei proprio oggi (ieri, ndr) è arrivata la comunicazione della sua negatività. Finalmente è arrivato il doppio tampone negativo, mentre io sono ancora positivo».

Si è informato per sapere se esistono alternative all’isolamento domiciliare?
«Ho scritto una lettera aperta indirizzata al commissario per l’emergenza Massimo Arlotti, pubblicata sui quotidiani sammarinesi, per fare presente la mia situazione. Quello che voglio dire, è che “stare in casa” non può essere l’unica risposta. Non è possibile che questa sia l’unica soluzione a oltranza. Perché se io dovessi continuare a risultare positivo per mesi cosa dovrei fare? Vivere per mesi confinato in casa? Inoltre, bisogna provare a immaginarsi che stress possa essere doversi sottoporre continuamente a questi tamponi. L’ansia dell’attesa, la creazione di aspettative che poi vengono costantemente disilluse, la frustrazione che ne deriva. È snervante. In ogni caso, alla lettera mi ha risposto la segreteria di Arlotti, ringraziandomi per aver sollevato il problema con tanta civiltà, e mi hanno detto che domani, (oggi, ndr) la conferenza stampa del commissario verrà dedicata al tema dei “lungodegenti”, parecchi a San Marino».
Cosa si aspetta?
«Una risposta diversa da “bisogna stare a casa perché c’è il penale”. Ci sono tanti asintomatici inconsapevoli in giro, perché con le dovute precauzioni non si può concedere anche alle persone come me, che siamo in tanti, di ricominciare a vivere? Almeno un’“ora d’aria” la vorrei, è concessa anche ai carcerati. Io sono convinto che se ci fosse un test che misurasse la carica virale e non la presenza del virus sarebbe più semplice gestire situazioni come la mia, fortemente dannose, sia dal punto di vista psicologico, che sanitario».

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