RIMINI. Si può essere adolescenti alle prese con la prima “cotta” e allo stesso tempo affrontare i percorsi di cura per disintossicarsi dall’alcol. E’ il triste scenario aperto dalla dottoressa Maria Caterina Staccioli, responsabile del Centro alcol e fumo che afferisce al Sert dell’Infermi, che racconta come «l’età del primo approccio all’alcol si sia drasticamente abbassata», e di come «ci siano oggi anche alcuni minorenni tra le persone prese in carico dal centro». Dei 431 utenti che nel 2019 hanno usufruito dei servizi del centro alcol e fumo, infatti, «almeno 4 erano minorenni» specifica Staccioli, che spiega come, nonostante il numero non alto di accessi, la presenza di under 18 nel centro sia la manifestazione di «un fenomeno gravissimo, che avrà pesantissime ripercussioni negli anni futuri. Perché non si tratta di ragazzi che si sono ubriacati pesantemente una volta, ma di giovanissimi che bevono abitualmente».

Dottoressa, come avviene il contatto tra i ragazzi alcolisti e il centro alcol e fumo?
«Nel caso di ragazzi molto giovani, l’accesso al centro avviene per mezzo di altre persone, che possono essere i genitori o i servizi sociali. E’ molto raro che un ragazzino si renda conto di trovarsi nella condizione di chiedere aiuto per risolvere il problema della dipendenza da alcol. Infatti, quando sono i genitori a rivolgersi a noi per conto del figlio, di solito sono venuti a conoscenza del problema del ragazzo attraverso terze persone, come i genitori di altri coetanei o la scuola. Altre volte capita che i genitori lo scoprano perché i ragazzi vengono sorpresi in stato d’ebbrezza dalle forze dell’ordine mentre sono alla guida del motorino o dell’auto, in caso di 18enni. O, ancora, capita che si accorgano che il figlio torna a casa ubriaco, dopo aver visto gli amici o essere andato a scuola. Altri, finiscono in coma etilico in discoteca, e così si scopre tutto il retroscena e vengono in cura da noi».

Quali sono i contesti in cui i ragazzi “bevono”?
«Procurarsi dell’alcol non è difficile, basta andare in un minimarket o prendere quello procurato da ragazzi più grandi. I luoghi in cui bevono, invece, sono i più disparati. Dalle feste, alle discoteche, fino al parco con gli amici. Nei casi più gravi, alcuni ragazzi sono stati sorpresi a scuola. E la gravità sta soprattutto nel fatto che fino ai 17 o 18 non sono ancora presenti gli enzimi per metabolizzare l’alcol etilico, che quindi rimane in circolo molto a lungo nell’organismo, causando danni gravissimi».

A che età avviene il primo contatto con l’alcol?
«Fino a qualche tempo fa, il primo bicchiere si beveva a 13 o 14 anni. Adesso anche a 11 o 12. L’età è scesa drasticamente, non solo a Rimini ma in tutta Italia. E a questo fatto si collega anche l’abbassamento dell’età delle persone adulte che si rivolgono a noi per chiedere aiuto. Se una volta il nostro utente di riferimento era il 60enne senza tetto o in condizioni economiche e sociali molto svantaggiate, ora è diventato il 40enne professionista, imprenditore o dirigente che beve per far fronte allo stress o al carico di lavoro. E tra questi ci sono anche molte donne».

Avete in cura molte persone che sono state sorprese in stato d’ebbrezza al volante?
«Sì, diverse, e il 90% è convinto di essere stato molto sfortunato a essere stato fermato dalle forze dell’ordine. Alcuni di questi, ad esempio, in corpo avevano 3,7 grammi di alcol per litro di sangue. Praticamente delle “mine vaganti”. Eppure, una volta arrivati da noi, giurano di essere stati “perfettamente lucidi e sobri” quando invece il limite di tasso alcolemico per poter guidare un veicolo è di 0,5. Infatti, è stato provato che con dosi superiore nel sangue i riflessi si riducono di un terzo, e questo significa che se si incontra un ostacolo, ci si mette tre volte di più a reagire rispetto al tempo che si impiegherebbe da sobri. Inoltre, la sensazione di essere “a posto”, di essere lucidi, viene accresciuta dal processo di assorbimento dell’alcol, che fa quindi progressivamente perdere la consapevolezza di essere in stato d’ebbrezza. E proprio questa sensazione di sicurezza, l’idea di poter padroneggiare se stessi, risulta essere letale. Nessuno pensa che “qualcosa di brutto” possa succedere a se stesso, eppure capita. E quando capita è una tragedia. Nel 2018 i sinistri con esito mortale a causa dell’alcol in Italia sono stati 1.430».

Ha in mente un episodio particolare?
«Sì, alcuni anni fa sono entrata in contatto con un ragazzo di 24 anni che aveva investito e ucciso un suo coetaneo mentre era alla guida dell’auto ubriaco. Dopo due anni dall’incidente si è suicidato. Non riusciva a convivere con la consapevolezza di aver spezzato una vita».

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