Condannato per violenza: evade dai domiciliari e vola all’estero

Condannato per violenza sessuale a otto anni di reclusione evade dagli arresti domiciliari, prima che la pena diventi definitiva e torna nel suo Paese d’origine, in Sud America, sfidando anche le restrizioni per il Covid-19. Ora sarà dura andarlo a riprendere.

L’uomo, un settantenne che viveva nel Riminese, nel giro di meno di due anni è stato riconosciuto responsabile sia in primo sia in secondo grado di avere abusato di cinque ragazze sue nipoti, fin da quando erano bambine. Di una era il nonno, delle altre lo zio.

Fu arrestato a Rimini alla fine del 2018 sulla base di un’inchiesta del pubblico ministero Davide Ercolani e dei carabinieri di Riccione.

Dopo sette mesi, trascorsi in carcere, l’uomo aveva ottenuto i domiciliari per motivi di salute, grazie a una corposa documentazione medica, con il parere negativo della procura.

Nel frattempo, la condanna, confermata poi in appello: otto anni più la pena accessoria di due anni di misura di sicurezza.

La sentenza diventerà definitiva a breve. L’uomo, quindi, rischiava di tornare in carcere. Invece, è sparito nel nulla, beffando tutti, a partire dalle sue vittime. Le nipoti erano convinte che fosse ancora agli arresti.

A scoprire che l’uomo che la violentò da piccola è tornato a vivere da uomo libero, in barba alla legge italiana, «nella casa di famiglia in Ecuador» (probabilmente in attesa di ricongiungersi con la moglie che è ancora in Italia), è stata la giovane donna che per prima trovò il coraggio di denunciarlo (è assistita dall’avvocato Sonia Raimondi).

«La notizia che lo zio era in Sud America ci è arrivata da un parente, ma né io né le mie cugine volevamo crederci».

«L’ho visto con i miei occhi», ha insistito quello.

È andata dai carabinieri di Riccione che hanno successivamente avuto conferma dell’evasione dai colleghi di Piacenza. Ci si chiede come un uomo ai domiciliari, quindi sotto stretto controllo, alla vigilia di un probabile nuovo arresto, per di più “malato” e con passaporto straniero, possa lasciare tranquillamente l’Italia e approdare in un altro continente senza dare nell’occhio. Lo ha fatto in piena pandemia, quando cioè è difficile spostarsi tra regione e regione, figurarsi tra uno Stato e l’altro, o tra un continente e l’altro. «Per noi – dice la nipote (vedi intervista nell’articolo a fianco n.d.r.) – è come subire una seconda violenza».

«È come se fossimo tornati a due anni fa, o addirittura al tempo degli abusi. Sentirci dire che l’uomo che ha cercato di rovinare le nostre vite era evaso ci ha provocato una grandissima delusione. Lo scopo mio e delle mie cugine era avere giustizia, la nostra unica soddisfazione vederlo finire in galera. Invece è libero, a casa sua, non si sa come». A parlare è una delle vittime degli abusi, la trentenne che ha portato in tribunale oltre al suo dolore anche una registrazione con la confessione dello zio. Nell’audio “rubato” si sente lui che le chiede perdono per il passato, ma si può perdonare un familiare che ti ruba l’infanzia e che per anni e anni ti costringe a subire atti sessuali, instillandoti paure e sensi di colpa? «Ero bambina, ti ingannava innescando un circolo vizioso dal quale non potevi uscire né parlarne con qualcuno. Quando ho scoperto che continuava ancora ho trovato il coraggio di denunciare. Era la cosa giusta, mi dispiace solo di non averla fatta prima, avrei risparmiato alle altre ragazze le mie sofferenze». Quando si rivolse all’avvocato Sonia Raimondi disse che non aveva interesse a essere risarcita con dei soldi («sarebbero soldi sporchi se venissero da lui»). «Ci siamo convinte a chiedere il rimborso delle spese per gli psicologi. «I giudici ci hanno riconosciuto diecimila euro a testa, ma non abbiamo avuto un euro, non li avremo mai. Lui si è dichiarato nullatenente. Pazienza: per noi era sufficiente vederlo pagare i suoi conti con la giustizia. Ora purtroppo nemmeno quello». «Non è facile andare avanti – aggiunge – quello che ci è successo ci perseguita sempre, nonostante il nostro sforzo di superare, di dimenticare. Persone che una volta erano parte integrante della nostra famiglia ci mettono ancora i bastoni tra le ruote. Rinunciando anche a un po’ di anonimato vogliamo che la nostra voce arrivi in Ecuador. Più che l’estradizione ci interessa che si sappia anche laggiù che non è stato assolto, come racconterà lui, ma che è stato condannato ed è evaso. Noi abbiamo detto la verità». and.ros.

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