“Con la fusione maggior peso e più efficacia sul livello romagnolo”

Una spinta per cambiare paradigma a livello romagnolo, imparando le lezioni che questa pandemia ha impartito, mettendo sotto pressione ogni sistema, da quello sanitario, a quello sociale, a quello economico. Andrea Pazzi, direttore della neonata Confcooperative Romagna, compie queste considerazioni dopo che la sua associazione di categoria un cambiamento l’ha voluto porre in essere. Nonostante si fosse nel bel mezzo della crisi sanitaria.

Pazzi, ma a questo punto non si poteva attendere qualche mese e fare la fusione romagnola con una situazione sanitaria diversa?

«No, non potevamo aspettare. Non solo, abbiamo ancora maggiore solidità finanziaria, benché già prima le due centrali cooperative territoriali avessero bilanci sani. Non solo abbiamo un peso rappresentativo maggiore e riusciamo ad essere efficaci sul livello che vede coinvolti la maggioranza dei nostri aderenti, quello romagnolo. Ma questo ci dona un forte vantaggio organizzativo, che in questa fase è fondamentale. Per esempio adesso abbiamo, per ogni casistica, da due funzionari che studiavano le stesse circolari su territori contigui, uno solo che si dedica a quell’aspetto su tutta la Romagna. L’altro può approfondire ambiti più specifici. E possiamo aggredire aspetti che erano già presenti e in questa crisi si sono ingigantiti per i quali dobbiamo cercare di sostenere le nostre cooperative».

A quali esigenze si riferisce?

«In vari casi le coop sono poco patrimonializzate e spesso, pur a fronte di importanti fatturati e di un portafoglio ordini rilevante, vanno in difficoltà dal punto di vista della liquidità. Per questo hanno bisogno da un lato di consulenza sul mondo finanziario. Ma non di meno dobbiamo loro offrire analisi preventive e non consuntive sull’andamento dell’azienda, un monitoraggio continuo e un cruscotto di strumenti che consenta di correggere la rotta quando si sta prendendo una direzione sbagliata. Questo è uno degli elementi del nuovo approccio che vogliamo proporre».

A proposito di nuovi approcci, il vostro presidente regionale chiede di esaminare nuove formule sulle cure primarie, che si sono rivelate uno degli elementi di cricità nella sanità esposta alla pandemia…

«Sì, quanto sottolineato da Euro Grassi lo condivido totalmente. Notiamo in tutta Italia come sul piano qualitativo il sistema sanitario nazionale riesce a dare ottime risposte, ma avendo accentrato troppo sugli ospedali perde la capillarità. Serve una medicina del territorio e le case della salute possono essere una maniera di andare incontro all’esigenza. Sul modello di Reggio Emilia però abbiamo visto che le cooperative di medici e i servizi sanitari portati a domicilio dal privato possono sortire una sussidiarietà simile a quella organizzata sui servizi sociali. Spero che il dottor Carradori possa cogliere anche questa possibilità».

La stessa realtà del sociale però è stata messa in difficoltà. Quali soluzioni proponete?

«L’invecchiamento del Paese è un problema a cui far fronte con politiche per la famiglia, ma le conseguenze di questa criticità pongono interrogativi pressanti. Le Rsa sono un’eccellenza ma non bastano: come intervenire per stare vicini agli anziani autosufficienti soli, per esempio? Poi certamente tutte le comunità chiuse sono state colpite dal virus, lo abbiamo visto nelle residenze per anziani, come in quelle per disabili, persino nei conventi. Ci è dispiaciuto vedere talvolta le organizzazioni sindacali abbiano puntato il dito senza pensare che si ingenerava un danno per tutto il sistema. Le cooperative hanno speso milioni per le dotazioni di dpi, dovremmo focalizzare piuttosto l’attenzione su come al tavolo col pubblico concertiamo un modello che alzi l’asticella della qualità».

Mentre si attende l’uscita dalla pandemia e un piano economico di rilancio nazionale, sembra approssimarsi la svolta per il porto di Ravenna con il progetto Hub. Per il vostro mondo cosa significa?

«Per noi e per tutta la Romagna è una potenzialità importante in ambito commerciale. È una recuperata competitività rispetto gli scali tirrenici, da un lato. E poi è un trampolino verso i traffici asiatici. La piattaforma container poi comporterà, anche per il bacino produttivo in partenza, un asset che rivoluzionerà il quadro. Tanto più per il nostro agroalimentare. Siamo però preoccupati per l’energia. Il disimpegno sul metano e i fondi del Recovery plan distolti dall’impianto Ccts di Eni sono occasioni perse e un sicuro aggravio per i costi delle imprese».

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