Come nascono i piccioni di città? L’uomo li ha “addomesticati”

Persino la Corte di Cassazione si è pronunciata e, nel 2004, ha definito che è formalmente un animale selvatico in stato di naturale libertà. È il piccione di città. Oggi la sua presenza a stretto contatto con l’uomo è il frutto, però, di migliaia di anni di addomesticamento che ha spinto l’animale ad avvicinarsi alle aree più urbanizzate. I primi agricoltori iniziarono ad allevarli per i rituali religiosi, per consumo alimentare e come messaggeri. Di fatto, è stata questa la prima forma conosciuta di addomesticazione di un uccello.

Ma quali sono le principali minacce dei piccioni nei riguardi dell’uomo?

Oltre alla compromissione dell’ambiente a causa delle deiezioni (che portano, tra l’altro, anche a danni ai beni culturali), possono ospitare diversi patogeni, che però hanno un “ruolo secondario” nella trasmissione di malattie all’uomo perché i piccioni non sono serbatoi di diffusione (in pratica, non c’è un ‘salto di specie’, come invece è capitato a Sars-Cov-2). Basta usare semplici regole igieniche di prevenzione (come non toccarne le feci o gli animali) per avere un rischio limitato.

Ma la sua presenza può anche dar fastidio all’altra fauna: infatti, quando sono troppi, possono limitare i luoghi di riproduzione di taccole, rondoni e pipistrelli. I danni che fanno alle coltivazioni sono diversi: i piccioni sono granivori e possono approfittarne non poco. Secondo dati della Regione nel Piano quinquennale di controllo del colombo o piccione di città, nelle 10 Province dell’Emilia-Romagna nel 2016 ha causato danni per oltre 77 mila di euro. Una cifra che, oltre al picco di 34 mila euro a Bologna, ha portato 2 mila euro di danni Forlì-Cesena e un più ridotto 240 euro a Rimini.

Principalmente mira a cicoria, fagiolini, girasole, grano, mais, sorgo. Tanti sono i sistemi per cercare di mandarli via: si va dai nastri olografici riflettenti, agli specchietti, alle sagome di falco, agli ultrasuoni, ai dissuasori ottici, ai palloni ad elio, alle gabbie di cattura. Nonostante la lotta per cacciarlo, la sua presenza, tuttavia, continua a farsi sentire.

Le catture che sono state effettuate in Regione, nel 2016, sono state più di 71mila: 1.356 a Forlì-Cesena, 956 a Ravenna e 925 a Rimini, con un dato che va sommato ai 9.175 prelievi in deroga: 1.228 a Forlì-Cesena, 1.842 a Ravenna e 1.971 a Rimini.

Ma ci sono metodi ecologici per mandarli via senza ucciderli?

La fantasia ne ha escogitati tanti. A cominciare dal cannoncino a gas con detonazioni temporizzate da usare nei momenti più critici (che però porta gli uccelli ad abituarsi alle esplosioni e poi a tornare sul campo), alle sagome “spaventapasseri”, fino ai palloni gonfiati con elio che rimangono sospesi in aria. Per evitare che portino via i semi, invece, tra i suggerimenti c’è la rete di maglia. L’utilizzo di falchi addestrati nell’ambito di azioni di prevenzione e dissuasione dalla frequentazione da parte dei colombi di determinate aree può rivelarsi potenzialmente utile, seppure difficilmente risolutivo, soprattutto in aree sufficientemente aperte dove i rapaci possano volteggiare. In media una coppia di colombi si riproduce 4 volte ogni anno con punte di 9 covate all’anno. Considerando il numero dei neonati involati per nidiata e la mortalità, gli ornitologi stimano tra i 3 e i 4,5 nuovi nati ogni anno. Insomma, seppur invitati a volare un po’ più in là è davvero difficile che si allontanino dalla vista. Per loro non c’è interdizione di volo che tenga.

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