Chiaro, risoluto, sia nei confronti del Governo che del suo partito, il Pd. Perché con un terzo emendamento, stavolta al Dl Semplificazione, il M5S sarebbe intenzionato a mettere la parola fine alle estrazioni di gas in Italia. O poco ci manca: il testo presentato in Parlamento infatti si proporrebbe, dopo le due moratorie che hanno fermato il settore dal marzo 2019, di bloccare anche le aree che hanno già permessi e concessioni per l’estrazione. E Vincenzo Colla, assessore al lavoro e sviluppo della Regione Emilia Romagna, non ci sta. Non vuole un’altra forzatura sulle spalle del settore dell’estrazione di gas, che a Ravenna impiega direttamente 3mila persone e dà lavoro, con l’indotto, a 10mila occupati.

Assessore Colla, come avete preso la notizia della presentazione di questo emendamento?

«Non è un mistero: non siamo d’accordo. Ribadiamo che senza la transizione energetica basata sul gas non solo non realizzeremo il futuro green che tutti attendiamo, ma non saremo più un Paese manifatturiero. Non dimentichiamoci poi che il metano in Italia è estratto e commercializzato anche da una società partecipata come Eni, quindi la sua produzione è un vantaggio per la competitività italiana ma anche per il bilancio dello Stato».

In effetti il comparto dell’oil and gas rappresenta il 7% delle entrate di Eni, e in questa fetta il metano estratto in Adriatico ha la quota preponderante. C’è chi teme che lo stop definitivo all’upstream in Italia preluda a un disimpegno del “Cane a sei zampe” che potrebbe mettere a repentaglio anche l’impianto di captazione della CO2. Lei che ne pensa?

«Eni è una multinazionale e si muove nel mondo. Se in un Paese viene bloccata nella sua mission può pensare di disinvestire. Non coinvolgerei in questo rischio anche il progetto su Ravenna di riconversione green dei giacimenti esausti, ma va tenuta la guardia alta».

Quindi lei si appella al Governo perché quell’emendamento non diventi mai legge?

«Io invito l’Esecutivo a non ragionare come fossimo su un ottovolante. Sugli idrocarburi dobbiamo pensare con una visione che non comprenda il prossimo mese, ma i prossimi decenni. E noi abbiamo depositato in Europa quello che è il nostro piano energetico, che afferma come la transizione verso le rinnovabili va effettuata attraverso il gas. Bisogna quindi cambiare la prassi».

Quale?

«Prima di presentare un simile emendamento bisogna ragionare con la Regione, con le rappresentanze sindacali, con le parti datoriali. Urge stabilire una nuova prassi di cooperazione istituzionale. Diversamente si rischia di creare cesure democratiche fra Stato e territorio».

Anche perché quando verranno sbloccati i licenziamenti il Ravennate potrebbe pagare un severo dazio, no?

«Certamente, per questo non può reggere uno scontro fra ambiente e lavoro. I provvedimenti devono avere sempre soluzioni contestuali. E’ assurdo che decreti creino problemi di occupazione e le istituzioni locali interessate non possono sempre subire dall’alto provvedimenti di tale portata. E peraltro non è solo una questione di occupazione, ma anche di perdita di know how che sarà fondamentale nella transizione».

Cosa intende?

«Abbiamo nel distretto energetico dell’Emilia Romagna competenze eccezionali che perderemmo e che vanno invece utilizzate per la chimica verde, per lo sviluppo delle rinnovabili. Quegli ingegneri hanno una consapevolezza della complessità della questione ambientale che manca alla politica. Senza contare che lo stesso gas lo estrarrebbero 5 km più al largo e noi saremmo costretti ad acquistarlo. Una dinamica che non attiene alla politica ma alla psichiatria».

Si tratta di un richiamo molto serrato che fa anche al suo partito, quindi?

«Beh, anche dentro il Pd, senza generalizzare, non si può pensare di discutere per pezzi di rappresentanza. E’ necessario avere un’idea di sviluppo. Siamo pronti all’idrogeno e alle pensiline elettriche per il rifornimento ovunque nel Paese? No, ma è quella la strada. E senza il metano non ci arriviamo».

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