RICCIONE. “È amore. O è follia?”. L’archivio del Cocoricò diventa un libro a cura di Jacopo Lega di Amphibia e Ferruccio Belmonte, direttore artistico della piramide nei primi anni Novanta. Oltre 100 pagine di foto in cui spiccano i colori al neon in un mix di pop art e di grafiche psichedeliche dei flyer. Il 5 marzo alla presentazione all’Apollo di Milano ci saranno anche Ralph e Cirillo. Belmonte è stato direttore artistico dal 1990 fino al 1993. «L’idea del libro – spiega – nasce per colmare un vuoto storico, finora non si è mai sviluppato qualcosa per tramandare i segreti che stanno dietro al locale, alle sue origini misteriose legate al proprietario, Osvaldo Barbieri, dalle doti straordinarie e alla sua dedizione alle arti occulte».

E Belmonte prosegue, «gli furono rubati tutti i suoi averi in buoni ordinari del tesoro al portatore, ma lui andò da un suo tramite, in una tenda in Marocco, e disse che gli diede il modo di ritrovare quei buoni, con i quali poi finanziò il progetto che aveva sempre sognato. Era un personaggio, era stato direttore di alberghi a Londra, poi acquistò gli hotel Mediterraneo e De la Ville, aveva già lavorato in discoteca, anche al Classic».

Il viaggio dalla Francia

Una prima apertura del Cocoricò ci fu nel 1989. «Era una festa, chiuse subito. Lì c’era la Fragolaccia, la piramide la aggiunse lui, era un progetto immaginato di ritorno dalla Francia, Barbieri era un visionario e fece realizzare la struttura come collegamento tra terra e cielo. Nel 1990 riuscì ad ottenere l’agibilità dal Comune». La fama del Cocoricò non è nata a caso. «Partii da una tesi di laurea tesi laurea dalla quale emergeva che la più grande forma di turismo musicale di allora era legata alla lirica – prosegue Belmonte -, mi sono mosso utilizzando lo stesso sistema di organizzazione delle agenzie turistiche dedicate ai nonni e l’ho messo a punto per giovani. Quando abbiamo iniziato nella squadra di debutto c’era anche Gianni Parrini che all’epoca lavoravamo al Cap Creus, una discoteca all’avanguardia di Imola. Il Cocoricò era in grado di portare 20 pullman da tutta Italia, numeri che non si inventano: la molla era che andava di moda, ma dietro c’era un’organizzazione molto seria».

La nascita del prive

Nel 1991 arrivano perfino due treni musicali da Torino. «Li affittammo in Francia, c’erano dj set, luci e sevizio bar, ci fu un lancio promozionale come se fosse stato un lancio sulla luna, tutte le testate giornalistiche ne parlarono. Per noi era risposta al problema delle stragi del sabato sera sulle strade. All’arrivo in stazione c’era anche il sindaco Massimo Masini ad accoglierci. Ci disturbava essere additati, non si sentiva mai parlare delle disco in modo positivo, volevamo fare capire che noi eravamo gente che lavorava seriamente, e non degli “scoppiati” come ci volevano dipingere loro».
In quegli anni gli eventi sono stati numerosissimi. «Grazie Fly Record, etichetta di musica House, da Londra portammo 54 deejay. Suonarono anche Francky Nacols, Grace Jones, Eddy De Clercq, pietre miliari del locale. Cavalcammo l’ondata romanica del momento, nella main room sopra la consolle c’era un banner dipinto a mano della Madonna con Gesù e la scritta “The age of love”. Dal Roxy di Amsterdam, discoteca gay e modaiola più importante d’Europa, arrivavano tanti personaggi che sono stati il veicolo che ha lanciato la cultura del Cocoricò».

Il locale della collina ha quindi inventato il prive. «Un concetto che non era mai esistito prima, nel 1991 “Ambiente club” è stato il primo in Italia. Facemmo diversi esperimenti per dargli una sua dimensione, addirittura una notte di Natale facemmo il circo con animali veri, c’erano anche delle pantere. Per entrare bisognava avere una piramide d’argento con un cristallo, costava oltre 50 mila lire, in un mese facemmo tutto esaurito. Il prive poi è diventato Titilla con Stefano Noferini e Ralph». Ora c’è stato l’annuncio che il locale riaprirà a Pasqua. «Enrico Galli è una persona seria, penso che si potranno dormire sonni tranquilli. Spero che non faccia l’errore di portare i dj da pienone come nei palasport, senza creare niente».

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