Rimini, cocaina nei bagni del ristorante: condannata la figlia del titolare

Con un sentenza che ha ribaltato buona parte delle conclusioni della pubblica accusa, si è chiusa ieri per 13 dei 14 imputati, la vicenda giudiziaria legata al “Vicky Cristina”, il ristorante di Corso Giovanni XXIII dove, stando ad un’indagine condotta dalla squadra di polizia giudiziaria della Polizia locale, tra una portata e l’altra, per una ristretta cerchia di amici, era d’obbligo andare in bagno e sniffare cocaina, da soli o in compagnia di amiche. Il giudice dell’udienza preliminare Manuel Bianchi, infatti, con rito abbreviato, ha condannato a un anno e 6 mesi di reclusione la figlia della titolare (difesa dall’avvocato Marco Ditroia), per cui la procura aveva chiesto l’assoluzione. L’accusa nei suoi confronti: quella di sapere cosa accadeva nei servizi igienici del locale, ma di non aver fatto nulla per impedirlo, come raccontato da una delle tante registrazioni fatte dalla telecamere nascoste dagli investigatori. Una, in particolare, mostra la giovane entrare nell’anticamera dei bagni dove due stavano sniffando: lei, senza battere ciglio e senza dire nulla, girati i tacchi, era subito tornata sui propri passi. Condanne a 6 e 8 mesi, anche per altri due imputati nei cui confronti, sempre l’accusa, non aveva ravvisato responsabilità, ritenuti invece dal giudici autori di modeste cessioni di neve. Il Gup ha invece assolto la proprietaria, per cui la procura aveva chiesto la condanna a 2 anni (difesa di fiducia dall’avvocato Paolo Righi), una giovane assuntrice di cocaina (assistita dall’avvocato Marco Tarek Tailamun); un solo imputato, difeso di fiducia, dall’avvocato Andrea Muratori, andrà invece a processo. In sei, invece, sono di fatto usciti dal procedimento, grazie alla misura alternativa del percorso di messa alla prova intrapreso già da diverso tempo.

La genesi

A fare partire l’indagine era stato un esposto presentato da alcuni residenti che si lamentavano del rumore che proveniva dal locale. Non solo, le informazioni arrivate agli inquirenti parlavano anche di un consumo di cocaina all’interno di quello che qualcuno aveva ribattezzato il «ristorante dei Vip». La Procura avevano quindi autorizzato l’installazione delle telecamere all’interno de Vicky, per riprendere le serate.

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