Cocaina all’ospedale. Il pusher: “Il dottore chiude un occhio”

Ricoverata in ospedale per una sospetta polmonite, riceveva in reparto i rifornimenti di cocaina, preparava le dosi, vedeva i clienti che si spacciavano per visitatori e rivendeva loro i quantitativi di droga. Chi le garantiva gli approvvigionamenti era tutto sommato tranquillo circa i potenziali rischi di essere scoperto: “Il dottore – diceva – ha chiuso un occhio”. È questa la frase choc intercettata dai carabinieri del Nucleo Investigativo nell’ambito dell’operazione “Greppia”, che a inizio settimana ha smantellato un’organizzazione dedita al traffico di cocaina importata da Belgio e Olanda, facendo finire in carcere 14 persone (più un’ulteriore membro della banda tuttora latitante).

Le consegne in reparto

A parlare senza sapere di essere ascoltato dagli inquirenti, era il 56enne cervese Roberto Forcelli, ritenuto al vertice insieme alla moglie 44enne Monia Canducci del gruppo di narcotrafficanti. Per svariati giorni, nel maggio 2019, ha fatto in modo che il letto d’ospedale del reparto di Malattie infettive di Ravenna, dove era stata ricoverata la 52enne Teresa D’Alaimo, si trasformasse in un crocevia dello spaccio.

Ho voglia di vederti”. Il messaggio ricevuto da Forcelli non era la proposta di un’amante, ma la richiesta della cliente (“Terry” per i componenti dell’organizzazione) in attesa della droga. Sapendo del ricovero ospedaliero, il fornitore si era messo in macchina, era andato a prelevare il quantitativo nel nascondiglio di Castiglione di Cervia e si era avviato verso il “Santa Maria delle Croci”; luogo rischioso per lo scambio, gli avrebbe fatto notare la moglie, più preoccupata per il rischio di contrarre eventuali malattie. L’aveva rassicurata Forcelli, rivelandole che già in passato tutto era andato liscio: “Come l’altra volta quando era ricoverata, sei sette mesi fa, gliela portavo in ospedale, lei aveva la bilancia, faceva tutti i pesi, la gente andava avanti e indietro”. La cosa era durata a lungo, perché la 52enne era stata in corsia per “20 giorni”. La stessa interlocutrice era rimasta senza parole: “E non dicevano niente?”. La risposta del trafficante era stata chiara riguardo la presunta tolleranza dei medici. Circostanza tuttavia che non ha trovato riscontro nel corso delle indagini.

Ad ogni modo il viavai di clienti a fare visita alla paziente pare sia stato notevole. Era pure capitato che qualcuno di loro avesse tentato di fare il colpaccio, rubandole le dosi: “Anche stamattina alle sei – si era lamentata la D’Alaimo con Forcelli via sms – il topo è stato bloccato mentre andava al formaggio“.

Il debito con i fornitori

Nonostante la vivace attività come pusher, prima di essere arrestata “Terry” aveva accumulato un notevole debito. Forcelli e la Canducci riflettevano su come muoversi (“Vai su con lei a piedi… perché se no questa si imbosca i soldi”). Le avevano concesso pagamenti dilazionati data l’entità del debito, arrivato a 8.850 euro; un arretrato tale da spingere la Canducci a sollevare perplessità sulla possibilità di avvalersi della D’Alaimo per piazzare la coca. “Io non penso che della Terry ne hai bisogno”, aveva detto al marito, tuttavia consapevole che proprio l’ammontare del debito era indicativo del giro d’affari garantito dalla complice: una rete commerciale capace – rimarca il gip Corrado Schiaretti nell’ordinanza che ha fatto finire tutti in carcere come chiesto dal sostituto procuratore Lucrezia Ciriello – «di ricavare circa 700 euro ogni due o tre giorni», con 150-200 grammi di polvere bianca rivenduti ogni mese, periodi di malattia compresi.

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