FAENZA. Ce lo ha insegnato lo stesso Claudio Marabini: il giornale ha una sua struttura, il cui scopo è quello di far ordine. Un ordine frettoloso, forse approssimativo, ma attraverso colonne, riquadri e titoli, la realtà emerge dalle nebbie del caos. La scrittura scorre entro questi rigidi argini, non soltanto visivamente, ma anche i concetti trovano una prima stesura, e messi nero su bianco si fanno meno intricati. Allora sarà difficile, forse impossibile, presentare su questa pagina un uomo intero, con le sue molte sfaccettature, imprigionato in qualche colonna di testo. Ma vale la pena provare, perché sono passati già dieci anni dalla scomparsa di Claudio Marabini (Faenza, 10 gennaio 1930 – Faenza, 16 giugno 2010) ed è necessario tutto l’impegno possibile perché una figura così importante per la nostra cultura resti viva nella mente.
Tesi su Baudelaire
Marabini nacque a Faenza nel 1930 e conseguì la laurea in Letteratura francese a Bologna con una tesi su Baudelaire. Si distinse come critico letterario del Resto del Carlino e della Nazione, ma anche come collaboratore di storiche riviste come La Fiera Letteraria e La Nuova Antologia. Apparteneva a quella generazione di giornalisti che intratteneva un legame privilegiato con la letteratura, tanto che i suoi articoli andavano ben oltre la semplice funzione informativa e ancora oggi sono belli da leggere. Nel volume Letteratura bastarda (1995) Marabini ci racconta proprio di quel tempo in cui le pagine culturali dei giornali nazionali recavano la firma dei grandi della nostra letteratura, come Manganelli, Flaiano e Buzzati.
Amore per la Romagna
Ma non è stato soltanto un giornalista instancabile: ci ha lasciato alcuni splendidi saggi sulla letteratura, come quelli contenuti ne I bei giorni (1971), dove scopriamo il suo amore per la Romagna attraverso i profili degli scrittori della nostra terra. Ha infatti dedicato la vita alla cultura romagnola, intesa nel senso più alto, tratteggiandone il carattere delicato e violento, ospitale e malinconico, inseguendo personalmente le vite dei nostri letterati. Una dedizione che fa di lui uno degli ultimi grandi protagonisti della nostra cultura.
Altri saggi o elzeviri sono raccolti in La chiave e il cerchio (1973), Qualcosa resta (1975), Le città dei poeti (1976).
Marabini è stato anche scrittore di romanzi: esordisce nel 1978 con La notte vede più del giorno a cui fanno seguito Il passo dell’ultima dea (1980), Malù (1984), Viaggio all’alba (1986), L’Acropoli (1988), Carossa (1990), I sogni tornano (1993), tutti pubblicati da importanti case editrici e che gli hanno portato numerosi premi letterari, rivelandone così la grande stoffa di narratore.
Una terra colta
In occasione del decennale della sua scomparsa, avvenuta il 16 giugno 2010, qui preme sottolineare l’importanza di Marabini per la nostra Romagna. Oggi siamo ancora inclini ad accostarci a questa terra attraverso stereotipi legati al folklore, e non alla cultura. La Romagna degli scritti di Marabini è carica del valore culturale migliore, letterario e artistico. Egli è stato il primo a parlare in modo esteso e compiuto di “letteratura romagnola” mettendo in risalto la presenza di una “romagnolità”, intesa come qualcosa di sfuggente, una caratteristica difficile da identificare, eppure presente e viva. Un coacervo di caratteristiche capace di legare, a volte in modo sottile, alcuni importanti scrittori che sembrano tanto distanti fra loro, ma che possiamo riunire sotto il nome di “classici del Novecento romagnolo”, da Olindo Guerrini a Renato Serra, da Marino Moretti ad Antonio Beltramelli. Questi sono solo alcuni dei nomi con cui si confronta Marabini, da Alfredo Oriani che si affaccia sul nuovo secolo, fino ai più recenti Tonino Guerra, Francesco Serantini e Dante Arfelli. Marabini è il primo a essersi avventurato con successo su di un terreno tanto delicato e scivoloso, aggiungendo così un tassello fondamentale per la nostra identità.
Gli elzeviri
Nel leggere le sue raccolte di elzeviri, come Voci e silenzi di Romagna (1993) o In riva all’Adriatico (2000), sentiamo la Romagna dalla sua viva voce, mentre prende forma non soltanto quella terra solcata dai buoi e fatta di cortili, ma un autentico mondo culturale fatto di “buoni incontri”, del quale Marabini non è stato soltanto un testimone, ma soprattutto un protagonista. Un mondo ormai scomparso dalla realtà per entrare a pieno titolo nella nostra letteratura.

Argomenti:

faenza

giornalista

LETTERATURA

romagna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *