Cirrosi epatica, un processo che espone il fegato a complicanze

«Esiste un retaggio culturale secondo cui la cirrosi epatica è sinonimo di alcolismo o di abuso di alcol – spiega il Professor Paolo Muratori, Direttore dell’Unità Operativa di Medicina Interna di Forlì e di Santa Sofia e professore associato di Medicina Interna all’Università di Bologna (Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita) – in realtà, la cirrosi è un problema epatico in fase avanzata, indipendentemente dalla causa. In tale condizione, il fegato è pieno di cicatrici ed è maggiormente esposto a complicanze, quali le emorragie digestive e l’ascite (accumulo di liquido nell’addome) e la cirrosi rappresenta anche un fattore predisponente lo sviluppo di neoplasia epatica. Arrivati a questo stadio, l’unica possibilità è lo studio per il trapianto di fegato, ma si tratta di un percorso complesso e lungo a cui possono accedere pazienti selezionati».

Quando si parla di cirrosi, l’infiammazione è ormai cronica e dura da decenni generalmente: «La diagnosi di epatite cronica viene fatta attraverso un esame del sangue – continua l’esperto – che valuta il valore delle transaminasi (che sono nella norma quando si trovano in un range tra 0-40). Livelli elevati indicano la presenza di un’infiammazione e quando questa persiste per almeno 6 mesi la si definisce cronica».

Alla diagnosi ci si arriva in maniera indiretta: «Il fegato è un organo che di per sé non dà sintomi, se non in uno stadio molto avanzato della malattia. Dopo aver appurato la condizione di malattia di questo organo è importante capire quale ne sia la causa e di che tipo di epatite si tratta. Si procede, quindi, con la diagnosi differenziale per comprenderne l’eziopatogenesi. In generale, l’esperienza ci insegna a orientarci nel momento in cui ci troviamo davanti a un paziente: se questo, per esempio, è abbastanza robusto, di mezza età e soffre anche di pressione alta, di colesterolo e diabete, si potrebbe trattare della steatoepatite non alcolica (NASH). Una condizione che colpisce circa il 5-7% della popolazione americana, ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia e diventerà, molto probabilmente, la malattia del futuro».

La steatoepatite non alcolica rientra nel quadro più ampio della sindrome metabolica: «Oltre a un problema al fegato, il paziente presenta livelli alti di colesterolo, di pressione arteriosa e diabete. La curva dell’epatite si sta spostando sempre più da quelle virali (A-B-C) a quelle metaboliche e la sfida sarà trovare dei farmaci in grado di combatterle. Al momento non ce ne sono di approvati ed efficaci e la malattia si fronteggia cercando di migliorare lo stile di vita, con più movimento e meno sedentarietà, e con una dieta sana».

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