Cinema: Zaccaro racconta il “suo” Olmi in un libro

«La scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro». La frase, di Rita Levi Montalcini, campeggia nella quarta di copertina del libro La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi (Vallecchi, 2021) di Maurizio Zaccaro. Un volume che annoda i ricordi di quarant’anni di vita trascorsa accanto al regista dell’Albero degli zoccoli e di tanti altri capolavori del cinema e della televisione.

«Non sono il suo successore, non potrei mai esserlo» scrive Zaccaro, originario di Milano ma santarcangiolese d’adozione. Da giovane incrociò la strada del regista bergamasco e decise di non abbandonarla mai. Una scelta, ponderata, per quanto assecondata dalla giovane età, fu quella che lo portò a continuare a seguire il cammino al fianco del suo maestro anche quando la maturità da lui stesso acquisita nel mestiere di regista lo aveva catapultato negli Stati Uniti per lavorare a un film di Pupi Avati. Dopo quell’esperienza statunitense si era materializzata la possibilità di realizzare un secondo film per Avati. «Scelsi di restare in Italia e di continuare a lavorare con Olmi e al film che mi proponeva».

Il film era La valle di pietra (1992), girato tra l’altro ad Alfero (Verghereto), soggetto e sceneggiatura di Ermanno Olmi insieme allo stesso Zaccaro. La regia fu affidata all’“allievo” che già era venuto allo scoperto negli anni precedenti con In coda alla coda (1989) e Dove comincia la notte (1991).

Il legame con Ermanno Olmi inizia in realtà più di un decennio prima, alla fine degli anni Settanta. E a bordo di un vecchio furgone Opel Blitz «pieno di proiettori, stativi, cavi elettrici e pesantissime casse di metallo». Era il furgone della troupe che girò l’Italia con Olmi per l’inchiesta a puntate per la tv Quando è arrivata la televisione.

Zaccaro, come racconta nel libro, è stata quella l’esperienza che ha segnato l’inizio della sua collaborazione con Olmi. Oggi come la ricorda?

«È stato, come dice Tiziano Terzani, il primo giro di giostra. Una giostra da cui non sono più sceso. Siamo andati avanti così lavorando insieme, senza la consapevolezza che potesse continuare addirittura per quarant’anni. In quel momento ero un semplice collaboratore, non un complice».

Un complice lo è però diventato. Più che un allievo, come è stato tante volte chiamato.

«Allievo prediletto mi chiamavano come per scherzo i critici dell’epoca, Tullio Kezich e Lietta Tornabuoni. Era più che altro un gioco affettivo».

Il libro “La scelta” è anche un viaggio nel tempo, il racconto di una maniera di fare cinema e televisione molto diversa da oggi.

«È un’osservazione molto giusta. Io le mie prime cose per la televisione le giravo in 35mm, con la pellicola, come film “normali”. Ancora oggi quando passano dei film girati in pellicola se ne vede la potenza, a differenza di quello che viene girato in digitale. Oggi poi è scivolato tutto al risparmio e con il digitale è come se si fosse persa una magia. Una volta giravamo e dopo quindici giorni vedevamo cosa avevamo fatto: era questa la magia. Oggi è tutto istantaneo».

Tra i racconti contenuti nel libro, colpisce quello legato al film “Camminacammina” (1983). Fu anche il film nel quale lei fu «promosso aiuto operatore». All’epoca fu oggetto di censura. Fu vietato ai minori per «ragioni teologiche» come scrisse il critico Lino Micciché. Una questione che sembra riproporsi ancora oggi, come ci insegna la vicenda del film di Stefano Mordini “La scuola cattolica”, non le pare?

«Non ho ancora visto La scuola cattolica per cui non saprei dire. Camminacammina è rimasto un film misterioso per questo motivo. Eppure è un film importantissimo, bello, magico. Ermanno l’aveva inteso un po’ come una rappresentazione teatrale, usando il popolo di Volterra, con una messa in scena volutamente finta. Come era finto secondo lui il viaggio dei re magi da Gesù. Non erano i re magi del panettone come diceva lui, che nel film raccontava non la favola dei re magi e dei loro doni come l’abbiamo sempre conosciuta, ma li raffigura come tre opportunisti. Di qui la frattura tra il film e la cultura di quel tempo».

Nel libro lei riporta anche una speciale dedica di Olmi su una fotografia: «Ti ricordi, Maurizio i nostri sopralluoghi? Tu eri allora un collaboratore, ora sei un alfiere!» le scrive. Cosa le manca oggi di Ermanno Olmi?

«Mi mancano le parole, i pensieri, i confronti. Mi manca il senso della bottega. La grande lezione di Olmi è che si possono fare film anche con pochissime parole ma con molti sguardi».

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