Cinema, a Venezia “Fellini e l’ombra” di Catherine McGilvray

«L’incontro con sé stessi è l’incontro con la propria ombra». È citando sin dai primi dieci minuti di film le parole di Carl Gustav Jung che si trova la chiave di “Fellini e l’ombra” di Catherine McGilvray, presentato ieri alle Giornate degli Autori della Mostra del cinema di Venezia.

Un film che mescola fiction, animazione e personaggi reali, a cominciare da Gianfranco Angelucci, collaboratore di Fellini che nelle vesti di se stesso si trasforma in una sorta di Virgilio al servizio della giovane documentarista Claudia (l’attrice Claudia De Oliveira Teixeira), attraverso la quale la regista Catherine McGilvray costruisce un proprio alter ego. Uno sguardo femminile, solido, competente e ispirato, che dichiara di non essere interessato al «Fellini esteriore», alla «maschera del genio celebrata da tutti», ma «ai suoi lati in ombra, (alla) sua sofferenza». Quella di cui il regista ebbe per la prima volta esperienza violenta, angosciante, verso la fine della lavorazione del film La Strada (1954). E che lo condusse all’incontro con lo psicoanalista junghiano, ebreo tedesco, Ernst Bernhard. È l’inizio di un viaggio. Nelle profondità e oscurità dell’io, che il film evoca con le parole dello stesso Fellini, con i suoi sogni raccontati e scritti nel “Libro dei sogni”, iniziato proprio su suggerimento di Bernhard. A partire da un sogno del 12 novembre 1966 in cui si raffigura natante gigante nel porto canale di Rimini, verso un mare al largo gonfio e minaccioso. O quello in cui si ritrova azzannato da un coccodrillo in oscure profondità marine.

Fellini e l’ombra – girato anche a Rimini, tra il Fulgor e il mare – è anche l’ombra che si fa puer, fanciullo, come evocano eloquenti le immagini in animazione. Ed è mettersi in viaggio, come ha fatto la regista con la sua troupe, per tentare l’impresa di recarsi alla Torre di Bollingen, rifugio inviolato di Jung, dove a Fellini, “folgorato” dalla psicanalisi junghiana, fu però permesso entrare, accompagnato da un nipote del grande psicanalista svizzero, che ne racconta nel film insieme alle parole che lo stesso regista scrisse all’amico scrittore George Simenon: «Siamo saliti su una scaletta scavata nella pietra ed abbiamo aperto una porticina»…

«Fellini e l’ombra – ha spiegato la regista, ieri in sala all’anteprima veneziana – si propone di raccontare l’inconscio creativo di Fellini, di scandagliare il suo immaginario alla luce della psicologia analitica, facendone affiorare simboli ricorrenti, ossessioni, fantasmi».

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