Ciclismo, Marcello Siboni: “Io, Pantani, il benzinaio e il bar-alimentari”

Nominando Bagno di Romagna, a Marcello Siboni affiorano ricordi di allenamenti in solitaria o in coppia con Marco Pantani, o insieme al resto della squadra. Il Passo dei Mandrioli, il Fumaiolo, il passaggio da San Piero in Bagno o il Passo della Calla: per il 56enne di Cesena, professionista dal 1987 al 2002, le montagne dell’Appennino cesenate hanno sempre rappresentato un ottimo percorso di allenamento in vista dei grandi giri.

«Allenarsi con Marco Pantani era una soddisfazione e un supplizio – racconta Siboni – in quanto non sapevi mai cosa aspettarti. Nel luglio del 1999, dopo la batosta di Madonna di Campiglio, ricordo che con Fontanelli, Conti, Coppolillo e Pantani abbiamo inforcato le bici per raggiungere San Marino. In fondo alla discesa di Acquaviva ci siamo fermati in un alimentari per mangiare qualcosa. L’idea iniziale era un allenamento da tre ore e mezzo. A quel punto se ne esce Marco che dice, “ragazzi, andiamo a fare il Fumaiolo”. Noi rimaniamo un po’ basiti, ci guardiamo l’un l’altro e, dopo un attimo di smarrimento, ripartiamo. Marco in quel periodo aveva di questi lampi, che ci facevano ben sperare, rimasti purtroppo episodi isolati».

Al bar-alimentari: “Sono Pantani e ho bisogno di mangiare”

Siboni ha una memoria di ferro e ricorda con precisione diversi aneddoti capitati sulle colline e sulle montagne romagnole. «Pantani è sempre stato puntiglioso specialmente in allenamento. In tasca aveva sempre le chiavi necessarie per regolarsi sella e manubrio e poi armeggiava con i tacchetti. Nel 1995, eravamo ancora alla Carrera, in allenamento a Mercatino Conca decide di fermarsi per modificare il manubrio, forse di un millimetro… Fatto sta che nell’armeggiare gli si rompe la vite di bloccaggio. Sarebbe stato impossibile tornare a casa. Allora vado in avanscoperta e trovo un benzinaio tuttofare che, in un modo o nell’altro, riesce a darci un surrogato del pezzo rotto così da permetterci di arrivare a casa. Oppure quella volta in cui Marco, da solo, era partito da casa per il Fumaiolo e poi decise di allungare fino a Carpegna. Non aveva portato con sé nulla, allora entrò in un bar-alimentari dicendo: “Sono Marco Pantani, mi sto allenando, ho bisogno di mangiare ma non ho un soldo con me”. Naturalmente tutti lo conoscevano ed era un orgoglio poter offrire qualcosa al Pirata, che era già uno dei ciclisti più famosi del mondo. Eppure il giorno dopo Marco tornò su, sempre in bici naturalmente, e andò a pagare il dovuto fra lo sconcerto del negoziante. Marco era così».

Negli Anni ’90 i ciclisti ancora si nutrivano con panini al prosciutto, banane e merendine. «Le barrette erano agli inizi e non avevano l’efficacia di quelle odierne. I gel non esistevano. Oggi è molto difficile entrare in crisi di fame, ma allora era quasi routine se non ci si alimentava bene».

La tempesta di neve sul Gavia

Sette Giri d’Italia, cinque Tour de France, più svariate grandi classiche: Siboni ne avrebbe da raccontare per giorni. Ma se gli si chiede un ricordo particolare, al di là delle grandi vittorie con Pantani, il suo pensiero va al 5 giugno 1988, alla tempesta sul Gavia. «Ero al mio secondo anno da professionista e lì davvero ebbi il dubbio se continuare o meno. Fu un trauma per tanti. L’arrivo era a Bormio, ma sul Gavia ci fu una tempesta di neve con temperature sottozero. Io persi 47 minuti in discesa perché diversi tratti li feci a piedi per paura di cadere. Però sono arrivato in fondo e ho concluso il Giro. Al giorno d’oggi la tappa sarebbe stata sospesa, allora si andava avanti».

Concentrato sul proprio lavoro di meccanico di biciclette, con una attività ben avviata in via Savio a Cesena, Siboni segue il ciclismo «ma la sera, dopo il lavoro, tramite la tv o i social. Per molti anni ho avuto una crisi di rigetto e neppure andavo più via in bicicletta o, se lo facevo, diventava un supplizio perché riaffioravano i ricordi e mi cresceva dentro la rabbia. Ora invece ho ritrovato tranquillità e due volte la settimana esco per pedalare 80-100 chilometri. In genere vado solo, ma talvolta pedalo insieme ad Andrea Cantoni, un giovane Under 23 molto promettente del team #inemiliaromagna».

Nel 1987, al suo esordio da professionista, in gruppo c’erano Moser, Saronni, Baronchelli e un Argentin con la maglia iridata tanto per far capire il livello. «Allora c’era molta più fantasia, il ciclista poteva cogliere l’attimo. Oggi vedo troppi tatticismi, con ciclisti che vengono comandati via radio. Non parliamo poi delle “green zone”, le uniche aree in cui ci si può disfare delle borracce: non so se ridere o piangere…».

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