MONREALE – Archiviato un evento è già ora di iniziarne un altro. Dopo aver fatto parte attivamente dell’organizzazione del mondiale imolese, Raffaele Babini ha dovuto immediatamente preparare le valigie per la nuova avventura tinta di rosa. Il faentino è stato confermato nel ruolo di direttore di corsa del Giro d’Italia ed è pronto a vivere tre settimane ad altissimo tasso di adrenalina. «Quando si conclude un evento come quello di Imola – spiega Babini – con la consapevolezza che tutto è andato bene, le energie e le motivazioni raddoppiano. Non sono stanco e non vedo l’ora di vivere la corsa rosa».

Un’edizione rivoluzionata dal Covid e che dal Covid cercherà di difendersi nel corso delle prossime tre settimane: «Per il Giro d’Italia abbiamo definito protocolli molto rigidi – motiva il direttore di corsa – e saranno solamente pochissimi ad avere accesso diretto ai ciclisti. Ci sono diverse aree di autorizzazione e filtraggio e in pratica il gruppo vivrà all’interno di una “bolla” per evitare contatti con l’esterno. Chiediamo l’aiuto e la collaborazione del pubblico perché tutto questo è completamente inutile se la gente a bordo strada sarà priva di mascherina. In molti non hanno capito che la mascherina è prima di tutto un atto di rispetto e di protezione nei confronti del ciclista e del suo lavoro».

Oltre al Covid, principale nemico da arginare, il Giro 2020 avrà anche la criticità della stagione, essendo la prima corsa rosa della storia corsa in autunno. «Negli ultimi anni – spiega il direttore di corsa di Rcs – il mese di ottobre ha sempre avuto temperature miti con un clima simile alla primavera. Ma questa non è una regola e lo scorso weekend si è avuta, ad esempio, una brusca riduzione della temperatura con neve a basse quote. Sappiamo che, specialmente nell’ultima settimana e sulle montagne, ci potrebbero essere condizioni di criticità e posso dire che siamo pronti ad affrontarle e che non ci faremo trovare impreparati. Ovviamente speriamo che il tempo ci possa assistere e che il pubblico possa assistere al Giro d’Italia così come lo abbiamo pensato».

In un Giro tristemente senza romagnoli, Babini sarà uno dei pochissimi a tenere alto il nome della regione, anche se in ruolo istituzionale. «Non posso nascondere il mio dispiacere perché in quasi tutte le edizioni del Giro d’Italia la rappresentanza romagnola è stata sempre presente e viva. È
un’edizione particolare con ben tre tappe in Romagna e mi rattrista pensare che, sulle salite della Nove Colli, i tifosi non troveranno nessun romagnolo da tifare e da incoraggiare sulle strade di casa. Da presidente di una società ciclistica (la Faentina, ndr) questo fatto mi fa molto riflettere e mi fa pensare che negli ultimi decenni siano stati fatti numerosi errori. Il numero di Giovanissimi è molto alto ma poi non abbiamo la capacità di trattenere i giovani e farli crescere senza eccessive pressioni e in modo sano. È vero che il ciclismo mondiale è cambiato, ma dobbiamo cambiare anche noi se vogliamo far crescere il movimento romagnolo e portare al professionismo i giovani talenti».

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