Ciclismo, Alfio Vandi: «Io, Merckx e Gimondi»

A distanza di quasi un ventennio dalle imprese dei forlivesi Baldini e Pambianco, un altro romagnolo si presentò al Giro con serie ambizioni di podio. Non vi riuscì per poco (fu 4° nel 1977), ma scrisse comunque un’importante pagina di ciclismo per oltre un decennio. Alfio Vandi da Santarcangelo è stato uno dei più grossi talenti del ciclismo azzurro degli anni ’70, con il suo nome legato indissolubilmente alla maglia bianca del Giro. Il santarcangiolese fu il primo corridore ad indossare il simbolo del “miglior giovane” nell’anno in cui venne introdotta nel 1976. «È una classifica importante – spiega Vandi – e fa piacere essere stato il primo ad indossarla. La vinsi ad appena 20 anni e mezzo e, con il regolamento attuale, ne avrei conquistate anche più di una perché nei primissimi anni era riservata solamente ai neoprofessionisti. Adesso è dedicata agli Under 26 e sicuramente l’avrei vinta anche nel 1977, quando terminai il Giro al quarto posto».

Se Vandi corresse oggi sarebbe paragonato ai baby fenomeni, dato che ad appena 20 anni era in grado di lottare per una corsa a tappe al pari degli odierni Pogacar, Evenepoel, Pidcock. «Già da dilettante andavo molto forte – prosegue l’ex ciclista della Magniflex – ma ovviamente essere professionista e trovarsi a sgomitare con gente come Merckx, Gimondi o Baronchelli era tutta un’altra cosa. Ma ci fu un giorno in cui capii che ero già pronto a lottare con i migliori: a pochi chilometri dalla partenza a Pescara, la squadra di Merckx fece un attacco di squadra sulla salita delle Svolte di Popoli. Feci una fatica bestiale ma rimasi attaccato con l’ultima delle energie a quel gruppo. Mi voltai e vidi che eravamo rimasti pochissimi. Lì ho capito chi ero».

Nei primi anni di carriera Vandi era abitualmente nei primi dieci della classifica finale del Giro d’Italia (3 volte 7°, una volta 4°), poi il calo. «Qualche acciacco fisico e, probabilmente, anche il peso delle responsabilità non mi hanno permesso di replicare i risultati dei primi anni di carriera. D’altra parte non è semplice a livello fisico e mentale essere al top per numerose stagioni. Comunque, considerando che non ero veloce, non posso lamentarmi della mia carriera e delle mie vittorie. La Coppa Placci, il Giro del Veneto e la Milano-Torino non erano certo delle corse di basso livello».

Il rammarico è sempre legato al Giro d’Italia, con il sogno di un podio e di una tappa accarezzato ma mai coronato. «Sono entrambi due crucci che mi porto dentro. A dir la verità il podio sento di averlo conquistato perché Michel Pollentier, che vinse il Giro del 1977 dove arrivai 4°, fu squalificato al Tour de France per aver sabotato l’antidoping (aveva una fialetta di urina “pulita” sotto la maglia, ndr). In seguito dichiarò che aveva usato la stessa pratica anche il Giro e quindi quel 3° posto lo sento mio. La vittoria invece mi manca: l’ho sfiorata tante volte, ma non è mai voluta arrivare».

Vandi è stato in assoluto il più grande e vincente ciclista della zona di Rimini, da sempre la più avara di talento ciclistico in Romagna. «All’epoca scherzando si diceva che nel riminese non c’erano ciclisti perché eravamo troppo vicini al mare e ai suoi divertimenti. Poi dal mare è uscito un campione come Marco Pantani e, a quel punto, questa considerazione è tramontata. A dir la verità non mi sono mai spiegato il perché, anche perché il numero di cicloamatori e di appassionati è veramente molto alto. Spero di avere ben presto un erede».

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