“Ci vuole orecchio”: Elio, parole e musica per Jannacci

Sarà per avere canticchiato sin da bambino “Vengo anch’io” e “Ho visto un re” che la passione per Enzo Jannacci (1935- 2013) si è inculcata dentro a Elio, già “Elio e le storie tese” (all’anagrafe Stefano Belisari da Milano)”; come regalo del suo sessantesimo genetliaco (ha compiuto i 60 ieri, venerdì 30) Elio porta in scena l’amato Jannacci in “Ci vuole orecchio”. Lo spettacolo stasera 31 luglio alle 21.30, in piazza Garibaldi a Cervia, chiude il “Trebbo in musica” di Ravenna festival. Sul palco anche una giovane band di cinque elementi, tutti diretti in regia da Giorgio Gallione, curatore anche della drammaturgia, mentre gli arrangiamenti musicali sono di Paolo Silvestri.

Elio, è vero che ha ascoltato le canzoni di Jannacci sin da bambino?

«Ebbene sì, ammetto di avere ascoltato Enzo Jannacci sin dalla più tenera età. Mio papà era in classe con lui a scuola, così comperava tutti i suoi dischi e fin da bambino me li faceva ascoltare. Di conseguenza Enzo è stato per me una presenza e una voce sempre viva in testa e che fin da allora mi piaceva tanto. Da molto tempo avevo maturato l’idea di portarlo sul palcoscenico. L’occasione si è concretizzata con il nuovo incontro con Giorgio Gallione, autore che già mi ha diretto nella “Famiglia Addams” e nel “Grigio” di Giorgio Gaber».

Che tipo di Jannacci vi siete proposti di fare rivivere?

«La prima e principale idea è la figura del saltimbanco, che era quello che Jannacci diceva di essere. Mi sono confrontato con Gallione in modo costruttivo, noi due ci intendiamo facilmente nelle nostre idee, così ho subito ben accolto il suo disegno scenografico colorato, improntato proprio sulla figura del saltimbanco. Sul palco mi accompagna un quintetto di giovani musicisti che, oltre a suonare molto bene, si presta a questo gioco di raccontare lo Jannacci saltimbanco, idea musicalmente condivisa anche da Paolo Silvestri. Direi che è uno spettacolo dinamico, magari qualcuno potrà dire che non gli piace, ma certamente non ci si annoia. In queste date estive stiamo ricevendo molti elogi».

Jannacci era un geniale artista fuori dagli schemi, dotato di lucida follia, di gusto per il surreale, caratteristiche difficili da portare in scena. Come ci riuscite?

«Sono proprio gli aspetti che preferisco questi citati e vorrei che emergessero. Certo di Jannacci ce n’è uno solo, non posso imitarlo. Il nostro è uno spettacolo di canzoni, intervallato da parti recitate utili a dipingere il suo mondo. Testi scritti da Beppe Viola, Cesare Zavattini, Franco Loi, Michele Serra, Umberto Eco, Dario Fo, un paio anche miei. Cantiamo pezzi surreali degli anni Sessanta come “Sopra i vetri” e “Aveva un taxi nero” su testi di Dario Fo e musiche di Fiorenzo Carpi, attraversiamo gli Ottanta di “Ci vuole orecchio” e “Silvano”, fino agli ultimi brani della vita come “Quando il sipario”, dove esprime la capacità di passare dall’assurdo al drammatico al malinconico con eguale efficacia».

Cosa di questo artista molto ammirato desidera più fare emergere?

«Secondo me Jannacci soffre del male che in Italia accomuna tutti quelli che fanno ridere, compresi noi delle “Storie tese”; come se fare ridere fosse qualcosa di poco serio e impegnato. Cosa completamente falsa. Perciò con questo mio spettacolo voglio fare in modo che la gente prenda più sul serio il mondo del grande Enzo Jannacci. Continueremo a presentarlo d’inverno al chiuso dei teatri».

Ma voi vi siete mai conosciuti?

«Purtroppo ci siamo solo incrociati, scambiati qualche monosillabo e niente più».

Euro 20-5. Info: 0544 249244

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