CESENATICO. 26 tartarughe marine salvate dagli equipaggi di 3 pescherecci che le hanno catturate accidentalmente durante la pesca. E’ il risultato della notte di lavoro conclusa al porto di Cesenatico dove sono state consegnate ai ricercatori del Cestha. Un numero eccezionale, che porta il nuovo record a quasi tre volte quello precedente, fermo a 9 esemplari.
A rendere possibile questo risultato sono stati i pescatori delle imbarcazioni Nonna Rina, Martin Pescatore e Gabbiano, da anni impegnati al fianco del Centro di ricerca e recupero delle tartarughe marine Cestha di Ravenna in un programma dedicato alla riduzione degli effetti delle catture accidentali. Si tratta di una delle più importanti iniziative di questo genere condotte in Italia, che ha permesso fino a oggi di prendere in carico oltre 600 tartarughe marine.
«Alla base della collaborazione», spiega il Cestha in una nota, «c’è un protocollo operativo sperimentale che modifica la gestione delle tartarughe accidentalmente finite nelle reti. Anziché liberarle immediatamente in mare, i pescatori le trattengono temporaneamente a bordo fino al rientro in porto, dove vengono affidate al personale specializzato di Cestha. Biologi marini e veterinari possono così verificarne le condizioni di salute, intervenire con eventuali trattamenti e programmare il successivo rilascio in mare. Una procedura che richiede agli equipaggi un impegno significativo, soprattutto quando il numero degli animali catturati è particolarmente elevato. Gestire una o due tartarughe a bordo è infatti molto diverso dal doverne ospitare contemporaneamente anche dieci, come accaduto durante questa notte eccezionale. Per questo i ricercatori sottolineano il valore della disponibilità e della sensibilità dimostrate dai pescatori, senza le quali un’attività di conservazione di questa portata non sarebbe possibile. I risultati del programma confermano l’importanza di questa collaborazione: la quasi totalità delle tartarughe prese in carico riesce successivamente a tornare in mare, dopo aver ricevuto i controlli e le cure necessarie. Un sistema che permette di limitare fortemente l’impatto della pesca sugli animali e, contemporaneamente, di acquisire dati scientifici utili a comprendere l’andamento della presenza delle tartarughe marine nelle acque adriatiche».
La Tartaruga Verde
Oltre al primato numerico, la notte di Cesenatico ha riservato ai ricercatori un’altra sorpresa. Tra i 26 esemplari consegnati al Centro si trovava infatti anche una tartaruga verde (Chelonia mydas), una specie la cui presenza nell’Alto Adriatico è decisamente meno frequente rispetto a quella della comune Caretta caretta.
La tartaruga, catturata accidentalmente dal peschereccio Martin Pescatore, è stata chiamata Clorella dai biologi di Cestha Il suo recupero assume un particolare significato perché si tratta del quarto esemplare di tartaruga verde arrivato al Centro negli ultimi dodici mesi, mentre nei dieci anni precedenti non ne era mai stato recuperato uno.
Clorella si trova ora presso la struttura di Marina di Ravenna insieme a Posidonia, un’altra tartaruga verde soccorsa soltanto due giorni prima nelle acque di Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara, dove era stata individuata debilitata e alla deriva.
«La comparsa ravvicinata di questi animali rappresenta un elemento di notevole interesse per i ricercatori», spiega il Cestha, «che tuttavia invitano alla cautela. Il numero di osservazioni è ancora troppo ridotto per individuare le ragioni di questo cambiamento, ma il passaggio da nessun recupero in dieci anni a quattro esemplari in appena dodici mesi costituisce un’anomalia che merita di essere approfondita. Segnalazioni analoghe sono arrivate anche dalla Grecia, dove durante la scorsa estate i ricercatori hanno rilevato presenze record di tartarughe verdi in aree nelle quali, fino agli anni precedenti, la specie era risultata assente o osservata soltanto occasionalmente».
Resta dunque da capire se questa concentrazione di avvistamenti e recuperi rappresenti un fenomeno temporaneo oppure il segnale di una presenza destinata a diventare più frequente anche nell’Alto Adriatico. Un interrogativo al quale soltanto il proseguimento delle attività di monitoraggio potrà contribuire a dare risposta.
Il recupero e la liberazione
Terminata la fase di recupero, per le 26 tartarughe marine comincia ora il percorso di valutazione delle condizioni di salute e, dove necessario, di cura e riabilitazione.
I biologi e i veterinari di Cestha lavoreranno per consentire al maggior numero possibile di animali di tornare in libertà prima dell’arrivo delle temperature invernali. Il progressivo raffreddamento delle acque, infatti, renderà presto necessario interrompere temporaneamente le operazioni di rilascio, per non esporre le tartarughe a condizioni ambientali potenzialmente pericolose.
«Il numero crescente di animali recuperati», spiega sempre la nota, «impone inoltre un continuo adeguamento delle capacità di accoglienza e gestione del Centro di Marina di Ravenna, che negli ultimi anni ha investito nel miglioramento delle proprie infrastrutture tecniche. In questa direzione si inserisce il progetto Sea Turtle Hospital, realizzato grazie al finanziamento della Chiesa Valdese attraverso i fondi Otto per Mille. L’intervento ha consentito il completo rinnovamento e ammodernamento di tre impianti destinati alla filtrazione e alla sterilizzazione dell’acqua, garantendo condizioni di degenza sempre migliori per gli esemplari ospitati. Quanto accaduto a Cesenatico dimostra ancora una volta quanto possa essere determinante il coinvolgimento diretto del settore della pesca nelle attività di tutela ambientale. La disponibilità degli equipaggi a collaborare con i ricercatori trasforma infatti un evento accidentale, come la cattura di una tartaruga marina, in un’occasione concreta per salvarne la vita e raccogliere informazioni fondamentali per la conservazione della specie».