Nel Giorno del Ricordo, che commemora il 10 febbraio di ogni anno i massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata degli italiani, tra le voci di quel tempo rimaste ancora vivide c’è quella del pescatore Matteo “Lucio” Zanetti, che lo scorso 20 settembre ha compiuto 99 anni. La sua storia è conservata, insieme a quelle degli altri pescatori locali, nel Centro studi della Cooperativa “Casa del pescatore” di Cesenatico.
Cesenatico, Lucio Zanetti, l’esodo istriano e l’approdo in Romagna: “Lasciai Rovigno in barca, poche latte di benzina e l’Adriatico in tempesta”
Il racconto
Lucio Zanetti, classe 1926, è nato a Rovigno d’Istria - come chiama ancora quella sua terra - che dovette abbandonare a 22 anni “perché lì per gli italiani non c’era più posto”. Mosso da tale volontà, e animato dal coraggio della sua età, affrontò nell’estate del 1948 con la sua piccola barca il mare deciso a completare la traversata dell’Adriatico. Un’impresa e una sfida per i tanti rischi che comportava. Con uno stratagemma rimedia il carburante quando gli serve, per eludere i soffocanti controlli delle guardie titine.
Un’improvvisa burrasca, in mare aperto, ne guasta i piani iniziali e gli fa smarrire la rotta, spingendo la barca verso la costa romagnola. Soccorso da marinai del luogo, approdato a Cesenatico, qui con la moglie - poi fatta arrivare per vie tanto più sicure - ha trascorso tutta la vita, continuando a fare il mestiere di sempre: il pescatore.
Matteo Lucio Zanetti, quella sua storia, per certi versi più fortunata di altre, non l’ha mai dimenticata. È quanto di non dissimile accadde a tante famiglie italiane che, nell’immediato dopoguerra, abbandonarono le loro case e paesi in Istria e Dalmazia passati all’ex Jugoslavia.
“Sono fuggito da Rovigno perché prima di tutto mi sentivo italiano. Tutta la mia famiglia lo era. Non mi piaceva neanche la dittatura di Tito. Per me stare laggiù era diventato un inferno. A Rovigno eravamo 16mila, ne sono rimasti meno di 3mila. Gli altri sono fuggiti tutti. Non è rimasto quasi più nessuno. Mia cognata, quando camminava in paese, piangeva nel vederlo vuoto e si chiedeva il perché fosse successo”.
I preparativi
“Mi ero appena sposato - racconta -, avevo acquistato i mobili e anche una barca per lavorare. A un certo punto mi vengono a dire che mi avrebbero sequestrato la barca perché ero italiano e l’avevo avuta con guadagni illeciti”. Per questa infondata accusa dovette sostenere un sommario processo, ma venne scagionato. In lui maturò sempre più l’idea di andarsene. D’accordo con la famiglia, vendette i mobili e fece domanda per partire, che venne accolta a condizione di lasciare lì l’imbarcazione e le reti da pesca. “Solo con una valigia me ne dovevo andare - recupera nella lucida memoria -. Almeno la barca dovevo portarla via. Misi a punto un piano. Mi occorreva tanta benzina per la traversata. Però tutte le volte che uscivo dal mio paese per andare a pesca, i “drusi” (militari titini, ndr.) venivano a controllare quanto carburante avevo a bordo nel motore. Misuravano nel serbatoio da 60 litri, stabilivano quante ore dovevo stare a pesca e a che ora rientrare in porto. Così, per recuperare benzina per la traversata, fuori dal porto la travasavamo dentro lattine e con una cima le calavamo in mare con le reti d’imbrocco, nascondendole sott’acqua. Per risparmiare carburante andavamo a vela. Finché, rimediate quattro lattine piene, insieme a un mio caro amico decidemmo che ne avevamo quanto bastava per fuggire”.
La tempesta
“L’intenzione era raggiungere Chioggia - riprende il racconto Zanetti -. Il mare però aveva deciso al posto nostro. Partimmo con la luna e le stelle”. Giù dalle montagne del Quarnaro scese la bora. “Soffiava da est tra nubi bianchissime nella notte. Faceva ribollire l’Adriatico, prima liscio come olio. Eravamo dieci miglia fuori Rovigno. Tornare indietro non si poteva. Le guardie ci avrebbero scoperto. Nei nostri vent’anni decidemmo di proseguire oltre”.
Si navigava alla cappa, con la burrasca: la barca scarrocciava verso sud. “Ci siamo portati a poppa e, messo l’ancora dietro, sette metri di lunghezza, in modo da mantenerla in asse e non farla rovesciare”. Finché, in mezzo al mare, il vento calò e il mare si acquietò.
In Romagna
“Alle 11 di mattina incontrammo un peschereccio: c’erano dei marinai. Uno, che si chiamava Bertani, mi riconobbe: lui aveva navigato su barche da trasporto sino a Rovigno. Il peschereccio era il “Pier Venanzio”, il comandante Augusto Polini. Eravamo al largo di Cervia. Ha visto che sapevo lavorare, aveva bisogno di marinai. Mi propose di rimanere con lui e io accettai. Mi dette una stanza dove abitare”.
Il 28 luglio del 1948 entrarono in porto a Cesenatico. “Il primo in banchina che mi rivolse la parola mi chiese perché ero fuggito. Gli risposi: perché non stavo bene. Lui ribatté che tutti quelli che se ne erano andati erano fascisti. Me lo ricorderò finché campo. Non accettai la provocazione. Ero venuto qua perché volevo continuare ad essere italiano”. Fatti gli accertamenti di rito - maresciallo della capitaneria, carabinieri, trasferta a Forlì in Prefettura - a novembre di quell’anno lo raggiunse la moglie, che andò a prendere in treno a Trieste. Nella durezza di quell’epoca, Zanetti compendia: “Qua mi sono ambientato subito perché ero anch’io un pescatore. A Cesenatico e in Romagna mi sono trovato bene”.
Alle pareti di casa conserva le foto delle pescate di tonni, il vecchio ponte a schiena d’asino di Cesenatico distrutto dalla guerra e la sua bella Rovigno d’Istria, mai più dimenticata.