Cesenatico, Siropack: «Serve un piano per l’inverno»

«Ogni giorno continuiamo ad assistere attoniti alla scellerata gestione della crisi energetica da parte della politica europea, mentre sono sempre di più le imprese che manifestano i danni devastanti causati sulla propria attività dall’aumento dei costi dell’energia». È un duro sfogo quello che Rocco De Lucia, titolare insieme alla moglie Barbara Burioli, di Siropack, affida ai social network. Usa l’espressione «guerra economica» per descrivere quello che sta succedendo a imprese e famiglie. L’espressione non è sua ma del presidente del Consiglio Mario Draghi: «Aveva usato questa espressione a marzo. Già allora avvisava che quella che dovevamo prepararci ad affrontare sarebbe stata una guerra economica e che dovevamo reagire subito come Unione Europea, sembra che nessuno gli abbia dato peso allora, solo ora si comincia a parlare di tetto del gas, ma è tardi e noi siamo preoccupati e arrabbiati e non siamo soli in questo sentimento».

«Quando a marzo restituivamo gli anticipi ai clienti russi a cui non potevamo più esportare e lanciavamo i primi allarmi su quello che sarebbe potuto succedere – prosegue De Lucia -, ci dicevano che eravamo esagerati e invece è proprio così che sta andando. Quando è scoppiata la guerra il mercato era già stressato dalla mancanza di materie prime, sapevamo che saremmo potuti arrivare a questo livello e quello che fa rabbia è che non sia stato fatto nulla». Siropack produce macchinari che esporta in tutto il mondo: «Per poterlo consegnare devo avere tutti i pezzi, invece ora può succedere che per un pezzo da 70 euro che diventa introvabile, non si riesca a consegnare un macchinario da mezzo milione di euro. Siamo in una situazione talmente complessa che oggi è persino difficile accettare le commesse. Ad esempio mandare spedire un macchinario in Canada in un container un anno fa costava 18mila dollari, quest’anno 44mila, gli imballaggi che costavano 1500-2000 dollari oggi ne costano 8mila». Sono questi quelli che nel suo sfogo chiama “missili”.

Oltre che per la propria azienda, De Lucia, è preoccupato per le ricadute sociali: «È una guerra diversa, ma è una guerra, se Draghi l’aveva già chiamata così sei mesi fa è perché sapeva quello che sarebbe accaduto e non riguarda solo le imprese, è una questione di tenuta sociale. L’anziano che si era preso la stufa a pellet, prima lo pagava 4 euro al sacco, adesso che costa 12 euro, come fa? La pensione è rimasta la stessa. Come fanno le famiglie con bollette che aumentano di 4 volte il loro valore?».

Le risposte che ora si prova a mettere in campo sono tardive sia a livello nazionale che europeo: «Si parla di tetto del gas, ma un conto è quando pagavi 80 dire” al massimo te lo pago 100”, adesso che lo paghi 300 come fai a dire “te lo pago 100”?». A livello nazionale, «rimango basito da questa campagna elettorale, nessuno che affronti il fatto che dobbiamo preparare un piano per ottimizzare anche i processi produttivi scaglionando le produzioni. L’unico piano fatto fin qui prevede di abbassare di un paio di gradi le temperature. Ma non è che si può abbassare il punto di fusione della ceramica. Bisogna fare i conti con la realtà. È come nelle case: se accendi tutti gli elettrodomestici contemporaneamente salta il contatore. Noi non corriamo il rischio concreto di non avere energia sufficiente per tutti, cosa vogliamo fare un altro lockdown, tornare ai codici Ateco? Bisogna ottimizzare, magari pensando di far lavorare qualcuno dalle dalle 6 alle 14, qualcuno dalle 14 alle 22, qualcuno dalle 22 alle 6. Magari è un piano che non sarà mai necessario applicare, ma non è il caso di parlarne?»

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