Cesenatico, con la siccità mare più pulito ma problemi per la pesca

La siccità del Po e degli altri fiumi padani alla lunga può mettere a rischio anche la pescosità dell’Adriatico. Quantunque oggi l’assenza di apporti fluviali e di bassi valori di clorofilla lo renda tanto più gradevolmente limpido e trasparente agli occhi del turista. D’altronde è bene sempre aver presente come l’acqua è vita e laddove manca o scarseggia (al di là del risparmio e riuso che si riesca a fare) non possono esserci che dannosi cambiamenti dell’ambiente con effetti anche drammatici. Specie in un bacino, quello del Po, che rappresenta il 40% del Pil nazionale in agricoltura.

Il calo della portata del Po vicino alla foce è di quattro volte inferiore a quello di un anno fa. E anche allora non era granché. Una carenza d’acqua cosi non si vedeva dal 1972. Una coincidenza di fattori come spiega richiama, Cristina Mazziotti, ricercatrice della struttura oceanografica Daphne, che con il suo team ha condotto analisi e misurazioni nel delta: «Le temperature decisamente più alte della norma, le precipitazioni quasi assenti da mesi, la neve sulle Alpi lombarde e piemontesi ormai esaurita hanno portato a un progressivo deficit di risorsa disponibile per tutti gli usi, da quello agricolo a quello industriale a quello civile. Il grado di severità della siccità in tutta la pianura padana è catalogato come grave o estremamente grave. Tutte le stazioni di misurazione del Po, a eccezione di Piacenza, sono in condizione di severa siccità, con portate ampiamente al di sotto delle medie del periodo. La sezione di chiusura del bacino di Pontelagoscuro, ha registrato una portata di 164 metri cubi al secondo contro i 647 registrati nello stesso giorno un anno fa. I valori bassi di portata sono il sintomo evidente di un esteso stato di estrema gravità idrica dell’intero bacino del Po. Basti pensare che maggio è stato il mese più caldo dal 1961 in poi insieme al 2003».

La situazione è preoccupante. «Ormai da settimane si stanno tenendo riunioni ai vertici per affrontare la situazione che è ormai sfociata in una vera crisi idrica, al fine di pianificare gli interventi necessari nei prossimi mesi che, a giudicare dalle premesse, saranno ancora più critici», dice la biologa capo struttura Daphne Arpae, il battello oceanografico delle regione Emilia Romagna, con attracco e base operativa al Centro Ricerche Marine di Cesenatico. «Come conseguenza di tutto ciò – motiva CristinaMazziotti – si accentua la risalita del cuneo salino: l’acqua salata dall’Adriatico va verso l’entroterra, che al momento ha raggiunto e superato i 20 chilometri dal mare, apportando inevitabili e conseguenti danni ambientali nei confronti dell’habitat fluviale».

Almeno il mare sarà tenuto al riparo, indenne dei soliti apporti di nutrienti e quindi dal proliferare di alghe. «Di fronte a questo quadro preoccupante se volgiamo lo sguardo allo stato del mare ci accorgiamo che in questo momento è l’unico a beneficiarne. Apparentemente però. Infatti, se da un lato rileviamo un buono stato ambientale, dall’altro dobbiamo riconoscere quanto gli apporti dall’entroterra sostengano la produttività del sistema». Per cui l’assenza di apporti dai fiumi di nutrienti, sostanze azotate e nitrati, che sviluppano fitoplancton e alghe, alla base della catena alimentare del mare, finiscono anche per renderlo meno ricco di pesce e stock ittici.

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