Specializzato in nefrologia medica e scienza dell’alimentazione; membro della scuola di nefrologia del Policlinico Sant’Orsola di Bologna – eccellenza nazionale nella diagnosi e nella cura delle malattie renali - e per 11 anni primario dei reparti di Nefrologia e Dialisi degli ospedali Morgagni-Pierantoni di Forlì e Bufalini di Cesena.
È solo un estratto dello sconfinato curriculum del dottor Giovanni Mosconi, tra i principali interpreti della nefrologia. Allontanatosi dalle corsie degli ospedali per la maturata pensione, Mosconi continua a esercitare come libero professionista in diverse strutture della Romagna, ma è nella attività di ricerca che ha concentrato le sue energie. Scoprendo come l’attività motoria possa rivelarsi un valido alleato nel decorso post operatorio.
Studio costante
La carriera di Mosconi si è mossa tra prevenzione, diagnosi, terapia e monitoraggio della malattia renale. «La mia attività – ha spiegato – consiste principalmente nell’individuazione dei pazienti con queste patologie; nella valutazione della malattia e dei possibili percorsi atti a rallentarne la progressione».
Come dimostrano le tante pubblicazioni, si è concentrato in gran parte sulla chirurgia. «Io identifico i pazienti che necessitano di essere inviati al trapianto e fornisco le indicazioni da un punto di vista medico e non chirurgico», ha specificato Mosconi.
L’attività fisica
Nella sua costante attività di studio e ricerca, che l’ha visto collaborare anche col Centro Nazionale Trapianti, l’organismo tecnico-scientifico che coordina la rete Nazionale Trapianti di cui si avvalgono il ministero della Salute e le Regioni, Mosconi, insieme al pool sanitario della nefrologia del Sant’Orsola, è riuscito a dimostrare quanto l’attività fisica possa diventare «una risorsa efficace per la prevenzione da patologie renali, nonché per il recupero successivo all’intervento. Dopo un trapianto – ha affermato – le persone non solo riprendono una vita regolare, ma possono anche praticare sport a tutti i livelli».
I campioni
Ferme le inevitabili precisazioni, gli esempi non mancano: «Un atleta professionista che viene sottoposto a trapianto di organo non potrà mai ritrovare le prestazioni di prima, ma in periodi di media lunghezza potrà avvicinarsi. Il caso più eclatante è stato Jonah Lomu, leggenda del rugby con gli All Blacks che dopo una lunga assenza per insufficienza renale che l’ha costretto al trapianto di rene è tornato a giocare prima in Francia e poi in Nuova Zelanda nelle massime categorie. Ma anche l’ex calciatore croato Ivan Klasnic che ha subito due trapianti perché il primo era fallito. O lo snowboarder americano Chris Klug che a distanza di 18 mesi dall’intervento al fegato ha vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Salt Lake City nel 2002».
Considerazioni valide anche per gli atleti amatoriali. «Un paziente “normale” può praticare attività compatibilmente con le sue performance fisiche. Magari seguendo percorsi specifici indicati dai centri trapianto e nefrologici». Abbattendo anche il naturale blocco psicologico prodotto dalla convalescenza. «Dopo un trapianto – ha raccontato Mosconi – subentra il timore di rimettersi in gioco. Sia da parte del paziente che dei familiari. Per questo esistono i programmi Ama, attività motoria adattata, che attraverso ausili motorizzati e un’assistenza specializzata aiutano il soggetto a uscire dalla sua cappa di vetro. Un sistema che abbiamo impostato anche a Cesena e Forlì».