FORLi’. Il mero vincolo di sangue, in assenza di convivenza, e di una qualsiasi stabile frequentazione o significativo rapporto, non è sufficiente per risarcire il danno da perdita di rapporto parentale». Per questo alla madre biologica della piccola Teresa, la bimba di Montiano morta a soli 5 anni nel 2017 per una appendicite degenerata in peritonite non diagnosticata all’ospedale di Cattolica, andranno “solo” 74mila euro per il primo anno di vita in cui la donna (alle prese con una situazione di fragilità) e la bambina hanno convissuto in una struttura. Questo ha deciso la giudice Barbara Vacca del Tribunale di Forlì nella sentenza legata alla causa civile intentata dalla donna che aveva dato alla luce la piccola e che all’indomani del decesso aveva chiesto un risarcimento di un milione per colpa medica.
Risarcimento ridotto alla mamma della bimba morta di peritonite: non conviveva
Gli altri genitori
I familiari affidatari della bambina (i genitori e i due figli naturali, fratelli acquisiti di Teresa, residenti a Montiano) che per quattro anni si erano presi cura di lei sono invece già stati risarciti con 800mila euro. Si erano costituiti parte civile attraverso gli avvocati Luigi Renni e Giovanni Marcolini e prima dell’appello del procedimento penale si è arrivati a una transazione con l’Ausl Romagna.
Erano stati proprio i genitori affidatari, durante una breve vacanza a casa dai nonni, a portare la bambina all’ospedale la sera del 19 luglio di nove anni fa. Teresa stava male, aveva la febbre 38, mal di pancia e nel pomeriggio aveva vomitato al mare. Al pronto soccorso del Cervesi di Cattolica era di turno una dottoressa al suo primo turno da sola che la dimise prescrivendole le analisi e ipotizzando un’infezione alle vie urinarie, dicendo alla madre di ritornare il giorno dopo per ritirare la ricetta medica. La bimba non ebbe però alcun segno di ripresa. La mamma affidataria la trovò nel suo letto ormai in fin di vita. Spirò tra le sue braccia e l’autopsia certificò che a uccidere la bambina era stata una setticemia causata dall’appendicite retrocecale, più difficile da diagnosticare, degenerata in peritonite.
Il fronte penale
A giudizio per omicidio colposo, in primo grado la dottoressa fu condannata a un anno con sospensione condizionale della pena, sentenza ribaltata in appello dove il ricorso dei difensori (gli avvocati Moreno Maresi e Mattia Lancini) fu accolto portando all’assoluzione.
Il fronte civile
Sul fronte civilistico restava invece in piedi la causa della madre biologica, che al funerale le chiese «Scusa per la mamma che non sono stata» in una commovente lettera che lesse al termine della funzione. «Faremo ricorso per una sentenza che riteniamo non giusta” annuncia Francesco Minutillo, legale che assiste la mamma biologica della bambina. L’avvocato del foro di Forlì spiega il passaggio chiave della sentenza, «dove si riconosce la presenza costante della madre nella vita della figlia, nelle modalità previste dagli incontri fissati dai servizi sociali. Ma facendo riferimento a una situazione familiare non ordinaria, la mia assistita avrebbe sofferto meno. Una ricostruzione che contestiamo». L’avvocato ricorda che la bambina era stata affidata ai servizi sociali (e da questi collocati in una famiglia) per una situazione di fragilità della mamma, «che però non ha mai abbandonato o si è disinteressata della vita della piccola. Non è certo ricomparsa solo dopo la tragica morte della bambina. Se alla famiglia collocataria il processo penale ha riconosciuto un risarcimento importante, alla mamma biologica nel rito civile è stata riconosciuta una somma lorda (alla quale dovranno essere sottratte le spese legali) per una sofferenza presunta minore per una mancanza di contatto costante».