Cesena, nelle piazze con il trattore per «tutelare il reddito degli agricoltori»

Cesena
  • 04 febbraio 2024

Sono preoccupati, arrabbiati, ma soprattutto delusi verso i sindacati da cui si sentono abbandonati e addirittura osteggiati da quando hanno deciso di aderire alla protesta degli agricoltori europei. Loris Mengozzi e Gabriele Graffieti sono agricoltori di montagna, il primo ha i terreni tra Mercato Saraceno e Sarsina, il secondo a Bivio Montegelli, per entrambi un punto di incontro fisso è il foro annonario dove Graffieti ha il negozio “Bio è bello” e dove entrambi vendono i loro prodotti nelle mattine di mercato. Sono produttori che impegnati in una agricoltura che punta sulla qualità e non sulla quantità, in un contesto, quello dell’alta collina e della montagna, dove essere imprenditori agricoli richiede ancora più sacrifici di quanti ne richiede il mestiere di contadino.

Senza sindacati

Fanno entrambi parte del gruppo di agricoltori del cesenate che ha deciso di unirsi alle proteste. «Siamo un gruppo spontaneo, ci siamo organizzati dal basso per difendere i nostri redditi e il cibo che tutti mangiano ogni giorno», racconta Mengozzi. Lo raccontano con orgoglio, ma anche con amarezza perché dai sindacati («tutti») si sarebbero aspettati vicinanza non la condanna delle proteste: «Dicono che non ha senso protestare in Italia se il problema è l’Europa, ma la verità è che si sono messi a fare politica e che ormai non conoscono più quali sono i problemi e le esigenze della base». «È vero che i problemi di Germania e Francia sono diversi da quelli italiani, ma questo non significa che in Italia non ci siano problemi», rincara la dose Graffieti.

Chi paga la transizione

Sono solidali verso gli agricoltori europei scesi nelle piazze, ma soprattutto quello che li spinge a organizzare assemblee e proteste è un «sistema», questa la parola che usano, che vede il reddito degli agricoltori sempre più penalizzato: «Non possono essere i contadini a pagare il green deal e la transizione ecologica». Negli ultimi anni quella che si è scatenata sul settore è «una tempesta perfetta»: «C’è la nuova Pac (la politica agricola comune dell’Unione Europea, ndr) che oltre a tagliare il 40% degli aiuti, ha imposto vincoli ambientali e una riduzione dei seminativi portando in certe zone, specie in collina e in montagna dove già le rese sono più basse, ad azzerare i guadagni e in alcuni casi a rimetterci addirittura». Chiedono misure più restrittive per le importazioni, e contestano l’apertura del mercato italiano a «merce prodotta senza regole e molto più economica», citano ad esempio il grano ucraino, ma sanno bene che non è l’unico caso. Chiedono che ad essere premiata sia la qualità e non la quantità e denunciano la crescita dei costi della produzione, dal gasolio alle attrezzature, dai ricambi alla burocrazia: «I prodotti che usiamo hanno avuto aumenti che vanno dal 40 al 150%».

Il rischio spopolamento

Dinamiche che pesano ancora di più sugli agricoltori di montagna su cui aleggia anche un altro pericolo: quello dello popolamento. «Nelle zone di collina e di montagna alle difficoltà doppie rispetto alla pianura, si è aggiunto il veloce spopolamento delle campagne con danni enormi per la cura dell’ambiente. Forse non tutti sanno che per molte delle persone che vivono in montagna solo per andare a fare la spesa bisogna percorrere parecchi chilometri, che gli studenti devono alzarsi ore prima per raggiungere la scuola. Forse non ci si rende conto di quanto valore porta un contadino che cura strade, sentieri, boschi, fossi, scoli, sfama gli animali selvatici e cura quei paesaggi tanto apprezzati da chi la montagna la frequenta per il piacere di una passeggiata o un allenamento in bici». Entrambi vivono infatti sulla propria pelle quanto suano collegati il problema dello spopolamento delle comunità montane e quello della perdita di sostenibilità economomica delle imprese di montagna.

Tutelare il reddito

Fanno il confronto tra gli anni 80 e 90, prima delle sovvenzioni europee: «Allora il produttore riusciva a trattenere il 30% del valore della sua produzione, oggi quando va bene gli rimane il 14%», denunciano. La Pac distribuisce sussidi agli imprenditori agricoli, che rappresentano anche un aiuto, «ma negli anni hanno distorto il mercato e alla fine si è finito col lavorare solo per inseguire i sussidi», e il risultato è l’insostenibilità del sistema: «Come fanno i giovani a prendere in eredità una professione faticosa come quella del lavoro in agricoltura se non riescono nemmeno a camparci?». Negli ultimi anni la situazione è peggiorata ulteriormente: dopo il covid e soprattutto con l’inizio della guerra della Russia all’Ucraina c’è stata un’esplosione dei costi: «All’inizio però insieme ai costi era aumentato anche il prezzo a cui riuscivamo a vendere i nostri prodotti e questo ci consentiva di starci dentro. Poi però che è successo che i prezzi sono crollati e sono tornati a prima della guerra mentre i costi sono rimasti altissimi. Questo significa produrre in perdita e non è accettabile. Abbiamo bisogno di politiche che tutelino il reddito dei produttori e rendano possibile continuare a fare questo lavoro. Per questo protestiamo».

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