Marco Rizzo a Cesena: “Il Governo faccia pagare la crisi alle banche e alle grandi imprese energetiche”

Cesena

Analizza il contesto geopolitico e le questioni italiane mentre si improvvisa artigiano (sta levigando un mobile, ndr). Una delle categorie di lavoratori che fin dagli anni della militanza nel Pci, poi con Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, con cui è diventato deputato della Repubblica e poi europarlamentare, Marco Rizzo difende e pone al centro del dibattitto politico italiano. Già fondatore del Partito Comunista, oggi coordina il partito Democrazia Sovrana Popolare e continua la sua battaglia per «un Occidente e un’Italia a misura di popolo, lavoratori e ceto medio». Tesi che illustrerà anche oggi alle 17.30 al Palazzo del Ridotto, nel panel “Libertà e Occidente” all’interno del Festival Malatestiano della Libertà, dove sarà il primo dei relatori, insieme a Michele Silenzi e Giovanni Sallusti.

Rizzo, perché proprio in Occidente è necessario parlare di ciò che sembrerebbe scontato: la libertà?

«Il mondo è cambiato drasticamente. Siamo passati dalla vittoria della guerra fredda che ci ha consegnato un Occidente forte dei suoi principi a uno che sta perdendo identità. In Italia, oggi, troviamo un ceto medio che si impoverisce e un’alta finanza più influente della politica che comanda. Si dovrebbe lavorare per unire le forze sociali superando la divisione in classi del Novecento. Per passare da uno “scontro” longitudinale destra-sinistra, a uno verticale popolo-élite (banche e finanza, ndr)».

La libertà non ha però solo una declinazione economica.

«Pensiamo alla libertà di opinione. Se oggi scriviamo o diciamo che il “Green deal” è una scemenza, ci bloccano il social o partono querele».

In Italia e in Europa la libertà resta un principio fondamentale degli ordinamenti...

«L’Italia garantisce la libertà su tutto. Ma mai abbastanza. Poi c’è una Unione Europea che non salvaguarda la libertà, ma ci impone cosa dire e come pensare. Vedi “woke” e “green deal”. È una democrazia che funziona solo se vincono loro. In alcuni paesi le elezioni sono manomesse dalla burocrazia europea. Se in futuro vincessero l’Afd o il Bündnis Sahra Wagenknecht, cosa farebbero gli attuali governanti della Germania? Se in Francia diventasse maggioranza il Ressemblement National di Le Pen, sarebbe consentito il cambiamento?»

L’Italia, dunque, va controcorrente?

«Le elezioni politiche del 2022 hanno rotto la cappa del “pensiero unico”, ma nonostante tutto il Governo Meloni ha preso molte scelte politiche a esso allineate. La destra avrebbe dovuto mantenere maggiormente il suo carattere sovranista».

Al referendum costituzionale lei è stato un convinto sostenitore del “sì”. Perché?

«Il referendum era più importante delle elezioni politiche. Quella della magistratura era una riforma necessaria e non più derogabile. Meloni ha sbagliato a non esaltare a sufficienza le diverse presenze rispetto al voto. Penso a me stesso, agli ex ministri Marco Minniti e Cesare Salvi o a Giuliano Pisapia: tutte espressioni della vera sinistra».

Una svista di comunicazione della premier, che invece non ha avuto l’opposizione.

«La sinistra ha commesso il suo tipico errore: mantenere il certo per l’incerto. Ma non mi stupisce. La sinistra, in fondo, è finita con Berlinguer e gli operai ai cancelli della Fiat. Oggi è un enorme partito radicale, e mi dispiace per Marco Pannella (ride, ndr), rappresentato da Elly Schlein sul carro del gay-pride. Hanno barattato i diritti sociali con i diritti civili».

Fino al 2027 su cosa dovrà concentrarsi l’esecutivo?

«Il referendum è stata una botta molto dura. Per risalire, il Governo dovrebbe impegnarsi per la sospensione del pareggio di bilancio. È stato consentito durante l’emergenza Covid, non vedo perché non farlo davanti all’attuale situazione internazionale. Dovrebbe far pagare la crisi alle banche italiane, che negli ultimi tre anni hanno registrato 141 miliardi di profitto e alle grandi imprese energetiche: Eni, di cui lo Stato detiene il 30,5% delle azioni, ed Enel».

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