La struttura d’eccellenza di Cesena accoglie Eleonora

Cesena

La 29enne di San Giovanni in Marignano Eleonora Palmieri, rimasta ferita dall’incendio del bar Le Constellation di Crans-Montana, ha lasciato l’ospedale Niguarda di Milano per il Bufalini di Cesena. Sarà accolta da una struttura di eccellenza riconosciuta su scala nazionale nel campo della dermatologia e affidata alle cure di un luminare in materia per proseguire le cure.

L’équipe che la seguirà

Specializzato in chirurgia plastica e già docente di Dermatologia al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Universita di Bologna. Direttore del Programma Aziendale di Medicina Innovativa dell’Ausl Romagna. Servirebbe un opuscolo da allegare al presente quotidiano per ricordare il lungo elenco di incarichi e titoli del professor Davide Melandri. Direttore da diversi anni di una delle prime strutture sanitarie italiane adibite alla cura di pazienti che abbiano subito gravi e compromettenti ustioni: il Centro Grandi Ustioni Romagna dell’Ausl Romagna dell’ospedale Bufalini di Cesena. Cui si aggiunge la direzione e il coordinamento di una delle cinque banche del tessuto cutaneo italiane accreditate dal Centro Nazionale Trapianti (Cnt) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss): la Banca Regionale della Cute che afferisce proprio al Centro Grandi Ustioni cesenate.

Dottor Melandri, quali sono i punti di forza che hanno permesso al Centro Grandi Ustioni di diventare un punto di riferimento nazionale nel suo settore di competenza?

«In primis l’integrazione fra cura clinica, ricerca scientifica e bioingegneria. Tra i pilastri del Centro c’è la Banca della Cute della Regione Emilia-Romagna, vero “cuore tecnologico”. Raccoglie, processa e distribuisce tessuto cutaneo da donatore, fondamentale per salvare la vita ai pazienti con ustioni estese perché previene le infezioni e la perdita di liquidi. È all’avanguardia nella medicina rigenerativa, sviluppando tecniche per “coltivare” in laboratorio le cellule del paziente stesso per creare nuova pelle. Altro tassello è la gestione delle infezioni, principale causa di morte per un ustionato. Per questo il Centro del Bufalini dispone di percorsi separati con camere a pressione positiva dove l’aria all’interno delle stanze viene filtrata costantemente e spinta verso l’esterno, impedendo ai batteri del corridoio di entrare e sale operatorie dedicate all’interno dell’area intensiva. Poi va ricordato il Trauma Center che permette l’immediata assistenza al paziente gravemente ustionato per mano di neurochirurghi, ortopedici e rianimatori nello stesso edificio. Il Centro ha inoltre la capacità di trattare anche patologie dermatologiche rare come la necrosi epidermica tossica, agendo come “rianimazione dermatologica”, specializzazione offerta da pochi ospedali. Infine c’è l’aspetto che riguarda la costante attività di ricerca e formazione».

Chi e quanti sono i pazienti che richiedono il ricovero nella vostra struttura?

«Principalmente con estese e gravi ustioni. I pazienti pediatrici vengono ricoverati e assistiti in maniera integrata in Pediatria e Terapia intensiva pediatrica. Il Centro Ustioni, grazie alle sue competenze dermatologiche, ricovera e tratta anche soggetti affetti da gravi compromissioni cutanee, ulcere e ferite post traumatiche o di origine infettiva, metabolica e tossico allergica. In media facciamo 110 ricoveri all’anno. Con un totale di oltre 600 interventi chirurgici nella sala operatoria dell’Unità Operativa. Poi si contano circa un centinaio di ustioni di minor gravità e oltre 6mila interventi di piccola chirurgia dermatologica ambulatoriale».

Quali sono gli interventi più frequenti?

«Li possiamo suddividere in tre categorie: urgenza, fase acuta (da pochi giorni e durante tutto il periodo del ricovero) e ricostruttivi post dimissione. L’obiettivo è sostituire la pelle danneggiata per ripristinare la funzione degli organi colpiti e “correggere” le cicatrici che limitano la funzionalità. Le procedure più frequenti sono l’escarolisi enzimatica che applica un gel a base di enzimi proteolitici sulla bruciatura che “mangiano” selettivamente solo il tessuto morto, risparmiando il derma sano sottostante ed evitando l’uso del bisturi ed eventuali innesti cutanei successivi, il debridement chirurgico dove il chirurgo rimuove meccanicamente i tessuti necrotici fino a raggiungere uno strato vitale e sanguinante; gli innesti e trapianti, la chirurgia delle contratture e delle cicatrici che avvengono a distanza di mesi o anni dal trauma, la chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale e della mano».

In cosa consiste il decorso post operatorio dei grandi ustionati?

«Prosegue per mesi o anni, coinvolgendo fin dall’inizio un’équipe multidisciplinare. Subito dopo gli interventi di innesto cutaneo, l’obiettivo è la sopravvivenza e l’attecchimento dei tessuti. Si effettueranno medicazioni dolorose e delicate che spesso richiedono la sedazione o l’anestesia, si controlla che gli innesti non vengano rigettati o infettati, si comincia con la fisioterapia “precoce” per evitare il blocco totale delle articolazioni a causa del dolore e dele retrazioni cutanee e cicatriziali. Dopo la dimissione o nelle ultime fasi della degenza si passa alla gestione delle cicatrici che potrebbero infiammarsi con creme, lamine siliconiche e guaine elasto-compressive. La fisioterapia diventa più intensa con esercizi di allungamento della pelle nuova a livello delle pieghe e delle superfici articolari; si procede poi alla idratazione della pelle perché priva di ghiandole sudoripare e sebacee. La cicatrice si può considerare “matura” dopo due anni dall’intervento nell’adulto e tre nel bambino. Fermo restando il divieto di esporsi al sole e l’eventuale necessità di altre operazioni per liberare le briglie cicatriziali retraenti che impediscono i movimenti o per migliorare l’aspetto estetico».

Quali sono le prospettive di vita post operazioni?

«Sono cambiate radicalmente negli ultimi vent’anni. Un tempo, un’ustione che copriva il 50% del corpo era quasi sempre fatale; oggi, in strutture come quella di Cesena, si riescono a salvare pazienti con ustioni che coprono percentualmente superfici anche molto più estese. Tuttavia, la “prospettiva di vita” non riguarda solo la sopravvivenza immediata, ma anche l’aspetto della riabilitazione funzionale e del lento e progressivo reinserimento nella vita sociale e lavorativa oltre alla costante assistenza psicologica durante tutto il percorso».

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